Dalla rassegna stampa Teatro

Le cinque rose del femminiello Jennifer

Non raggiungerà la vetta e la complessità di «Ferdinando», ma la commedia «Le cinque rose di Jennifer» un dono ce l’ha: il sortilegio di un’apparizione e il segno di una svolta…

LA SETTIMANA DEL TEATRO STABILE DEDICATA ALL’ATTORE E DRAMMATURGO NAPOLETANO SCOMPARSO AD APPENA 30 ANNI

FILM E INCONTRI

Le cinque rose del femminiello Jennifer
L’audace svolta teatrale di Ruccello

Al Gobetti dal 24 febbraio all’ 1 marzo la commedia dell’autore che diede il via al teatro del dopo Eduardo

Non raggiungerà la vetta e la complessità di «Ferdinando», ma la commedia «Le cinque rose di Jennifer» un dono ce l’ha: il sortilegio di un’apparizione e il segno di una svolta. Il suo autore, Annibale Ruccello, è morto giovane. Aveva solo trent’anni quando, nella notte del 12 settembre 1986, troncava la sua vita in un incidente stradale sulla Roma-Napoli. Aveva rappresentato per la prima volta la sua «Jennifer» nel 1980 e l’aveva ripresa, cambiandola un poco, proprio nell’86.
All’indomani dell’incidente Enzo Moscato compose un canto funebre per l’amico scomparso. Diceva: Mi facevi morire dal ridere con le tue calzamaglie opache, / mi facevi morire / con i tuoi rossetti stinti, da vecchia “Mamma” / e il fondo tinta fuori tono / da pazza Jennifer, specchio di Mina…».
Era una commedia apparentemente antropologica con la quale il teatro napoletano entrava nel dopo Eduardo. C’è un «basso» arredato con gusto volgare. Qui, e in un’atmosfera da feuilleton, un travestito chiamato Jennifer monologa, si spoglia, si trucca, s’impennacchia, aspetta inutilmente una telefonata e magari la visita di un «incegnere» di cui si è innamorato, risponde stizzito a chiamate che non sono per lui, si mette in contatto con una stazione radio gay che trasmette canzonette degli anni 60 con dediche. Ogni tanto dei notiziari parlano di travestiti uccisi nella zona. Forse è un serial killer. Arriva in casa un altro travestito, che Jennifer non conosce. Chiede di aspettare lì una telefonata. Che sia un tranello? Che sia il serial killer? Jennifer lo scaccia, ma lo sconosciuto ricompare. Da quel momento la commedia precipita in un finale vorticoso e violento.
Non un documento sui «femminelli» di Napoli – si disse a suo tempo – e neppure un thriller, ma una commedia sulla solitudine delle donne recitate da uomini; corpi maschili che si sforzano di entrare nella dimensione femminile, di comportarsi come vere signore e quando s’incontrano si offrono il tè e parlano di bambini, ottenendo un forte effetto di straniamento. Vedete che, in un teatro dominato ancora da verismo e realismo (la rivalutazione di Viviani non era ancora così impetuosa) un simile spaccato aveva tutte le caratteristiche del «caso».
Ruccello era stato antropologo al seguito di Roberto De Simone, ma già a diciassette anni aveva composto una commedia, «Il rione», del tutto irrapprensentabile. Ma il sociologo antropologo era destinato a cambiar strada, diventando un po’ enfaticamente il «Rimbaud di Castellammare». «Le cinque rose di Jennifer» restano col valore di una spinta poetica e di una testimonianza. E non è un caso se, dopo il loro autore, siano state interpretate da altri valentissimi attori: Luca Lionello, Geppy Glejieses e Arturo Cirillo. Quest’ultimo è il più affezionato al personaggio che parla come un fotoromanzo e canta Mina e Patty Pravo. La sua interpretazione può ormai definirsi, a tutti gli effetti, «storica». Osservarla per noi, e goderla, equivale ad entrare nelle amarezze ironiche di una cometa fuggita troppo presto dal nostro orizzonte.

TEATRO GOBETTI
DAL 24 FEBBRAIO AL 1 MARZO, VIA ROSSINI 8
Telefono 011/ 5176246

Dedicati a Annibale Ruccello naturalmente anche gli «Sguardi in macchina» organizzati dal Teatro Stabile in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema. Mercoledì 25 febbraio, alle ore 18, nella sala 3 del Cinema Massimo, in via Verdi 18 viene proiettato «Ferdinando uomo d’amore», film del 1990 di Memè Perlini tratto dalla commedia più famosa di Ruccello,«Ferdinando» e interpretato da Alessandra Acciai, Ida Di Benedetto, Marco Leonardi. Costo del biglietto 3 euro, info su www.teatrostabiletorino.it oppure www.museocinema.it
Per «Foyer – incontri con attori e registi» nella Sala Colonne del Teatro Gobetti (via Rossini 8) ricordiamo per giovedì 26 febbraio , alle ore 18, l’incontro condotto da guido Davico Bonino con Toni Servillo e la compagnia dello spettacolo «Trilogia della villeggiatura» di Carlo Goldoni.

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ME LO IMMAGINO SU IN CIELO
COME UN NOVELLO RIMBAUD

DI ENZO MOSCATO ATTORE E REGISTA

Emotivamente, ho sempre «rifiutato» la morte di Ruccello.
L’ho rimossa, negata, sin dai primi istanti successivi alla incredibile, terribile notizia, datami per telefono quella sera del 12 settembre 1986. E questo rifiuto, questa rimozione, questa negazione del suo svanire fisicamente dal mondo e da questa città (che, in verità, non l’ha mai amato, come non ama nessuno che voglia cambiarla o aiutarla a cambiarsi) continua a persistere in me, ancora tuttora, con una caparbietà e una tenacia infantili che, sono certo, dureranno fino a che avrò respiro, fino al giorno in cui anch’io, suo amico e suo complice a teatro, sarò chiamato a raggiungerlo là dove credo si sia rifatto un’altra bella carriera. Qualcosa di avventuroso, ma che nulla ha a che fare coi teatranti. Me lo immagino ora, un trafficante d’armi, come Rimbaud dopo la grande stagione all’inferno della sua poesia, o cacciatore di tenebre esotiche, come i migliori eroi di Conrad.
Questa persistenza della vita di Ruccello in me, oltre e nonostante la morte, questa specie di «Malombra» ma senza compiacimento letterario, è da ascrivere senz’altro all’onnipotenza magica, annullatrice del reale, di uno schizofrenico, certo; ma anche all’intima, differente natura di quelle enigmatiche creature che, per convenzione, chiamiamo artisti, e che non si arrendono mai (non dovrebbero arrendersi mai) neppure davanti alla più evidente bruttura del reale, al più spietato tradimento del nostro puerile, ma sublime, sogno di eternità. Eternità da guitto, è logico.
Tutta fintoni, cantinelle, mezze quinte, carta pesta.
Qualcuno troverà che sragiono, ma per me è naturalissimo che io viva così, ancora a tutt’oggi, quel geniale fanciullone; quel candido e, allo stesso tempo, perverso estensore di storie ispirate al «camp», alla novellistica nera, ai «cult-movies» americani, innestandoli sul grande tronco della letteratura verista o naturalista meridionale, imbrattandoli, di continuo, con la sua fecale, irriverente, martellante lingua tutta vesuviana.
Trovo naturalissimo conservarlo nelle parole che batto a macchina, nei gesti che traccio sulla scena, nelle volute della voce tesa ad accendere inquiete interrogazioni negli orecchi di chi ci viene a guardare o a «sentire» a teatro.

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