Dalla rassegna stampa Teatro

Un'amara risata che ci sommergerà

«Ploutos» di Aristofane, regia di Massimo Popolizio … il ricordo non svanito dell’elaborazione linguistica e poetica di Pasolini…

A TEATRO IN SCENA

Al Quarticciolo di Roma e poi a Mestre, un kolossal che riporta sul palco con drammatica attualità attraverso un testo di duemila e cinquecento anni fa, un mondo corrotto e senza speranza. Con la traduzione di Stefano Ricci e Gianni Forte, attori professionisti, allievi di un laboratorio e i quaranta elementi musicali della Banda Rustica. E il ricordo non svanito dell’elaborazione linguistica e poetica di Pasolini

ROMA
Può provocare un colpo al cuore iniziare a sentire Ploutos di Aristofane in un luogo solo apparentemente lontano dai teatri/salotto del centro di Roma, e accettarne lo stridore fascinoso di un romanesco coatto e greve, eppure tanto vicino a noi. Perché nella commedia si parla, oltre tutto, di una diminuzione verticale della ricchezza (di cui Ploutos era appunto la divinità nella Grecia classica), per beghe del tutto «superiori» ed estranee ai nuovi poveri che ne sono vittime e moltitudine sempre più emergenziale.
L’emozione di cui si diceva riguarda Pasolini due volte: perché il riferimento più diretto per l’orecchio è subito il Miles gloriosus plautino che il poeta di Casarsa fece diventare Il vantone per Franco Enriques, attingendo per la traduzione/trasposizione a quell’altro suo elaborato mito che era il linguaggio neoromanesco delle amate borgate. E il fatto che tutto avvenga ora a Torbellamonaca, nome emblematico di quella stessa periferia solo qualche decennio dopo, va messo al merito del Teatro di Roma che quello spazio gestisce e dove il progetto ha preso corpo con un gruppo di solidi attori e la partecipazione degli abitanti del quartiere (e fa risaltare nello stesso tempo l’inspiegabile «attendismo», o disinteresse, della giunta Alemanno, che ancora molto pare esitare nella riconferma dei finanziamenti ai tre teatri di cintura, al Quarticciolo al Lido di Ostia e appunto a «Torbella»).
Pare sia stato proprio Michele Placido, che di quello spazio di Roma Sud è direttore, a caldeggiare per l’occasione il debutto nella regia di Massimo Popolizio, che vi ha recato l’esperienza della sua lunga storia artistica di attore con Luca Ronconi. Proponendo nello stesso tempo la traduzione/riduzione di due giovani autori, Ricci e Forte, nati in teatro ma abili elaboratori di serie televisive di successo. E ancora con la partecipazione fattiva, accanto ad attori professionisti, di partecipanti locali ad un laboratorio, nonché una ensemble musicale con tutti i crismi, la Banda Rustica forte dei suoi quaranta componenti tutti giovanissimi.
Insomma è a suo modo un kolossal questo Ploutos (oggi ancora al teatro biblioteca Quarticciolo di Roma, martedì e mercoledì all’Aurora di Mestre, a cavallo tra carnevale e quaresima nell’ambito della Biennale Teatro 2009, con cui Maurizio Scaparro si congeda dall’istituzione veneziana). Molto diverso ovviamente dal Ploutos che il maestro di Popolizio, Ronconi, realizzò nel 1986 a Epidauro, nella magia di quel teatro antico. Lì davanti a undicimila spettatori capeggiati dalla ministra Melina Mercouri, una distesa infinita di spighe si apriva nell’orchestra per far avanzare una sfavillante automobile che era il sinonimo e l’abito della Ricchezza del titolo.
Qui Popolizio ha lavorato con impegno a far emergere generosamente dalla fisicità degli attori (con l’aiuto delle scene essenziali di Paolo Ferrari e i costumi divertiti e divertenti di Gianluca Sbicca) la drammatica contemporaneità di quel testo di quasi duemila e cinquecento anni fa. Da parte loro, certe battute o certe situazioni incresciose potrebbero far pensare ad una indulgente «modernizzazione». Ma la sostanza invece è tutta già in Aristofane, ateniese scontroso e sarcastico, che a nessun costo deroga dal denunciare i soprusi superiori e le inadeguatezze «inferiori». Un mondo senza speranza il suo, e quindi piuttosto simile allo scenario di oggi. Perfino l’illusione di rimettere in moto la funzione di Ploutos, e quindi una sorta di redistribuzione del reddito degna di Bengodi, mostra subito di essere inadeguato e insufficiente, e magari terreno di coltura di nuova corruzione.
Una illusione che oggi vediamo trasparente in sorrisi e lustrini sorretti da ronde ferrate per pensieri e azioni. Ma che anche in Ploutos non si nascondono dietro un benessere facile, quanto superficiale e effimero: così che grandeggia sul finale il monito savonarolesco della Povertà. Oggi non basta neanche quello, viste le mani e i corpi in cui risiederebbe la morale. Ed è l’ultimo sobbalzo di una amarissima risata.

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