Dalla rassegna stampa Teatro

Viva Pluto e alla larga Povertà

Aristofane secondo Popolizio – In scena “Ploutos o della ricchezza” rivisitazione romanesca del dramma greco riscritto dalla coppia

La Povertà da una parte, barbuta, guardinga e querula, abbarbicata a un grosso bastone come una stentorea pianta malnata, e dall’altra Pluto, il dio della ricchezza, vagabondo cieco che capita sul tuo cammino tra capo e collo e che devi far rinsavire in spregio a Zeus, cosicché non dia più i suoi favori ai disonesti, truffatori e arraffatori di ogni risma, ma renda lieve il cammino della brava gente. Qual è la più benigna e propizia per gli uomini tra queste due divinità? Quale delle due condizioni è preferibile? Cosa sceglieremmo noi oggi, noi consumatori con lo spauracchio di una crisi globale galoppante alle calcagna, noi cittadini che ci troviamo a vegliare al capezzale di un capitalismo moribondo, noi lavoratori che arranchiamo sulla china di un impoverimento che sembra intenzionato a cronicizzarsi, incancrenirsi?
Le implicazioni morali della ricchezza e della sua distribuzione e, in ultima istanza, il travagliato itinerario dei desideri umani sono analizzati da Aristofane nel Ploutos , ultima sua opera prima di morire, che Ricci/Forte hanno riscritto nel 2009, adattandola al contesto dell’Italia degli anni Cinquanta, testo scelto da Massimo Popolizio per la messa in scena dello spettacolo che lo vede per la prima volta cimentarsi in veste di regista.
Il risultato, Ploutos o della ricchezza , una produzione del Teatro di Roma in collaborazione con la Biennale di Venezia, è un piccolo miracolo drammaturgico che ha conquistato un pubblico difficile, con un’alchimia sapiente di suggestioni di una scrittura acrobatica e una regia piena di citazioni, calcando dall’11 al 18 febbraio il palcoscenico romano del Teatro di Tor Bella Monaca, diretto da Michele Placido. La commedia, pubblicata in volume da Voland, è andata inoltre in scena in forma oratoriale, dal 20 al 22 febbraio, sempre a Roma al Teatro Biblioteca Quarticciolo, prima di partire per la città lagunare il 24 e 25 febbraio.
Una bella sfida, quella di Popolizio: rivolgersi al pubblico dei capitolini Teatri di Cintura con un testo antico eppure attualissimo, giocato sul piano del recupero di un sapido romanesco, che si fa scandire senza populismo, con l’onestà di un’operazione culturale, sociale e simbolica consapevole e incisiva. A ritrovarsi sotto i riflettori, gomito a gomito, in un denso vuoto scenografico, sono 12 attori professionisti (Stefano Ambrogi, Alfonso Veneroso, Stefano Alessandroni, Giovanni Battaglia, Lino Guanciale, Carlotta Viscovo, Roberto Baldassari, Roberto Pappalardo, Elisabetta Piccolomini, Stefano Vona Bianchini, Alberto Onofrietti, Andrea Ricciardi), 20 abitanti del quartiere in forza nel coro e 14 ragazzi della Banda Rustica, diretta dal Maestro Pasquale Innarella.
Per il duo composto da Stefano Ricci e Gianni Forte, Ploutos o della ricchezza è l’ennesimo dei “cortocircuiti tra mito e presente” che caratterizzano l’ultima loro produzione, dopo le acclamate rivisitazioni di Virgilio, Marlowe, Ovidio e Ariosto. La grammatica che sostiene la scrittura di Ricci/Forte è quella barbara della contaminazione, delle parole masticate e ricomposte, passate al tritacarne del consumismo della cultura di massa, che rispuntano nel naufragio del discorso quotidiano per illuminarsi di sensi improvvisi, imprevisti, bagliori ironici e esplosioni travolgenti di metafora.
Gli abitanti di Atene si trovano, mercé loro, a muoversi in una Roma di borgata che aspetta il boom economico e a trascinare in bocca un romanesco iperbolico, smargiasso e leggero, puntuto e roboante, popolare e dotto, pieno di doppi sensi, costrutti arzigogolati, ricamato di neologismi e modi di dire quasi scordati, babele di latino e inglese, tra risacche televisive ed echi di slang giovanili.
Gli equilibrismi esistenziali e le ingenue speranze di una corte di pezzenti che adotta Pluto, a lui si affida, e scaccia Povertà, presenza incombente come la nostra stessa ombra, procurano ruvide risate che lasciano in bocca un retrogusto amaro. Dopo un’infantile esaltazione infusa dal finale che sembra una fiera, una festa di paese, con banda e processione, resta irrisolto il dilemma di fondo di questa storia impastata a più mani da Ricci/Forte e Popolizio: se sia vero che una ricchezza equamente distribuita snaturi la nostra organizzazione sociale, ci impigrisca e ci faccia meno umani o se sia invece l’esecrabile e scorbutica povertà a esserci amica. Oggi quella povertà ha per sorella la precarietà e per domestica la crisi. Interrogato in proposito, un illustre favorito del dio Quattrino (nella sua versione cieca e scriteriata) ha consigliato, come soluzione del dramma, di sposare suo figlio. Qualcuno lo comunichi ad Aristofane.

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