Dalla rassegna stampa Teatro

"Le pulle" di Emma Dante - Liberi contro la croce dei pregiudizi

Fino al primo marzo, al Mercadante di Napoli. In scena 4 travestiti e una trans che si prostituiscono

Napoli – nostra inviata
Nessuna unicità per i corpi in scena, portatori di una sensibilità che attraversa i pregiudizi per costruire sogni. Sogni di riscatto per identità non omologate. Ma non è nei falli che ricorrono, veri e finti, in scena. Nei nudi o nella mimica degli amplessi. Né nella croce esposta alla fine dello spettacolo che va cercata la provocazione dell’ultimo lavoro di Emma Dante, Le pulle. Peccatrici sui tacchi a spillo che credono in Dio . La più grande provocazione che la regista siciliana lancia dal Mercadante Stabile di Napoli, dove lo spettacolo resterà fino al primo marzo, è al teatro e alla cultura. A quel teatro e a quella cultura che si sono seduti, adattati. Si sono suicidati. Emma Dante risponde al suicidio con un atto che riporta l’arte scenica dentro il cuore della contemporaneità. Dentro il cuore delle contraddizioni: femminile o maschile? Sante o puttane? Credenti o atei? Liberi o schiavi di identità create come catene per noi? Se pensiamo alle Pulle come una sfida, è una sfida vinta. Perché lo spettacolo è senza dubbio un gioiello per il linguaggio, la sensibilità, la passione che regista e attori riescono a comunicare. Una tragedia greca, con alternanza di cori e di singole voci, appese all’ironia e al senso del tragico che arriva dalla Sicilia.
Ma certo anche la scelta della storia non è secondaria perché questi cori tragici diventino un coro che ci riguarda, che canta e parla anche di noi. In scena otto tra attori e attrici. Quattro travestiti e una trans: le pulle, cioè puttane. E tre fate (danzante, cantante, parlante) che ne disegnano l’immaginario, ma che sono anche attratte dallo specchio di una femminilità non data nel corpo biologico, ma voluta, cercata, amata, ostinatamente perseguita nel rapporto sessuale con l’altro. La scena è un bordello con tende di damasco che costruiscono spazi sempre nuovi, spazi dell’immaginario, ma anche spazio di un’intimità e di vite spesso sofferenti, che chiedono di essere se stesse. I testi sono di Emma Dante, ma anche le canzoni alcune cantate da lei in scena («Per la prima e ultima volta», ha detto) per creare un clima da avanspettacolo che smorza ogni pietismo o moralismo nei confronti delle cinque pulle. C’è un incantesimo che le ripaga dei sogni chiusi nel cassetto, ma c’è anche una realtà che preme, bussa, si fa sentire. Ci sono i corpi che occupano la scena, e la strappano dalla convenzione che ormai deborda nella maggior parte del teatro italiano, ci chiedono di interrogarci sul confine labile tra libertà e costrizione. Anche la religione per Dante diventa terreno di racconto, le sue pulle credono molto ma a modo loro, senza timori. La croce in scena non è una provocazione, ma qualcosa che c’è, che appartiene alla vita delle protagoniste, checché ne dica il Vaticano.
E’ un turbinio di immagini, canzoni, lustrini, pensieri, prodotto dal teatro Stabile di Napoli e dal Théatre du Rond-Point di Parigi, in collaborazione con Théatre national de la Communauté Francaise di Bruxelles. Lo spettacolo dopo le repliche al Mercadante andrà in tournée in Francia e in Belgio. Per vederlo di nuovo in Italia bisognerà aspettare la prossima stagione. Peccato. Perché per chi ama il teatro sarebbe stata un’occasione abbastanza rara di vedere un lavoro che non ha paura di osare, non ha paura di cadere nella censura e per questo non si autocensura. La sessualità e il desiderio sono raccontati in maniera diretta proprio perché messi in scena in forma traslata attraverso il ritmo, la reiterazione, il ballo, il corpo che ritrova tutta la libertà che il teatro gli può dare. Sarebbe già abbastanza. Sarebbe già tanto. Ma certo la danza dei corpi appare ancora più forte se si pensa a come quelle stesse vite vivono fuori da lì. Fuori da lì sono al meglio tollerate, nello spettacolo di Emma Dante sono metafora di tutte le nostre vite. Non sono esuberi che chiedono più diritti, sono lo specchio della nostra domanda sul maschile e sul femminile, sulla nostra domanda di futuro.
La storia di Eluana Englaro è un’altra storia. Eppure vedendo Le pulle viene in mente. Perché non sembra possibile che in un paese che ha torturato un padre che voleva liberare il corpo ormai senza coscienza della figlia sia possibile realizzare opere così libere. Viene in mente perché i corpi delle Pulle ci ricordano, nella scelta di trans e travestiti di modificare l’identità biologica, che il corpo è anche luogo dove si esercita, o meglio: si dovrebbe esercitare, la propria libertà. Di vivere. Di morire. Di amare. Ma l’Italia che stiamo vivendo è molto lontana, lontana anni luce. E la responsabilità non può essere solo della politica, ma anche di intellettuali e artisti che avendo la possibilità di ribaltare il discorso dominante preferiscono far finta di nulla e raccontare sempre la stessa storia, sempre quella che non dispiace al potere, politico e clericale.
Le pulle va da un’altra parte. E se lo fa lo deve anche all’incredibile cast di attori e attrici (Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Sabino Civillieri, Ersilia Lombardo, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Clio Gaudenzi, Antonio Puccia) alle musiche (Gianluca Porcu), alle scene, alle luci e ai costumi. Un lavoro corale che vale un viaggio a Napoli.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.