Dalla rassegna stampa Cinema

Berlinale Express

La frangia queer della sezione Panorama della Berlinale è per tradizione quella in cui si annidano i prodotti dal più alto coefficiente weirdo del festival, capaci di spostare verso l’alto l’asse dei concetti di camp e kitsch, fino a raggiungere livelli quesi inesplorati di exploitation.

La frangia queer della sezione Panorama della Berlinale è per tradizione quella in cui si annidano i prodotti dal più alto coefficiente weirdo del festival, capaci di spostare verso l’alto l’asse dei concetti di camp e kitsch, fino a raggiungere livelli quesi inesplorati di exploitation. Fuor di anglismi e germanismi, le cose più strane e pittoresche, favorite anche dalla partecipazione in massa di un particolarissimo pubblico “di parte”, si trovano qui. Ieri sera, ad esempio, ci siamo imbattuti in due degnissimi esemplari.
Il primo è il greco Strella di Panos H. Koutras, film che soprattutto nella seconda parte avrebbe fatto la felicità di Ferzan Özpetek. La storia, in due parole: un uomo esce di prigione dopo quindici anni e si reca ad Atene, determinato a riallacciarsi al figlio, che non vede da quando era un ragazzino; si imbatte in un transessuale pre-op (vale a dire con tutti gli attributi ancora al loro posto dalla cintola in giù) e se ne innamora, fino a quando non scopre che è proprio suo figlio. Non diciamo altro del plot, anche perché nel nostro casellario stampa abbiamo trovato un volantino vergato dal regista, che implorava tutti i cronisti e i critici di non rivelare le sorti della sua protagonista. Aggiungiamo solo che il ritratto della comunità trannie di Atene è sincero e accorato come il regista di Le fate ignoranti non riuscirà mai a essere con i suoi amici delle terrazze sotto il Gazometro del quartiere Ostiense, e che gli incubi ricorrenti del protagonista – realizzati con un pessimo digitale, che però si sposa benissimo con il look povero del film, realizzato in totale autarchia e senza contributi pubblici -, con un tenero scoiattolo che si trasforma in un orrendo mostro cannibale, aggiungono quel tocco weird, appunto, che sottolinea uteriormente quanto affermato in precedenza.
Il secondo film è il tedesco Rückenwind, firmato da Jan Krüger. La storia: due ragazzi che conducono una relazione omosessuale fanno una gita in campagna armati di bici e tenda. Trovano asilo presso un casolare dove risiedono una donna di mezza età ma ancora piacente e suo figlio adolescente. Da qui prendono il via una serie di pulsioni etero e omo, indirizzate anche al ragazzino. Il finale sarà tragico.
Veniamo al Concorso e scopriamo la terzultima e penultima opera presente nella sezione. La terzultima è una coraggiosa opera seconda di una regista e produttrice peruviana non ancora trentatreenne, Claudia Llosa: il suo La teta asustada, realizzato con il contributo del World Cinema Fund della Berlinale, è un film fragile e suadente, che attraverso la storia di una ragazza che desidera dare una degna sepoltura alla zia defunta trova il modo di parlare dell’immanenza di eredità tragiche – nella fattispecie il periodo del terrorismo – sulla vita degli uomini.
La penultima opera in Concorso è in realtà l’ultima a essere stata ammessa nello stesso. My One and Only è la storia di un’estate nell’adolescenza dell’attore George Hamilton, e di come un viaggio in auto in compagnia dell’eccentrica madre e del fratello che vuole fare l’attore per poi scoprire di essere troppo effeminato per recitare la parte del cowboy, percorrendo una dorsale immaginaria che da New York, in fuga da un marito fedifrago, li condurrà fino in California, abbia cambiato per sempre la propria vita. Diretto da Richard Loncraine, il film sfoggia soprattutto un magnifico lavoro scengrafico e fotografico (opera del nostro amico Marco Pontecorvo, triplo salto in avanti rispetto alla collaborazione precedente con Loncraine, il thriller Firewall), e una verve del racconto che ci fa dimenticare tante facilonerie da bignami del romanzo di formazione (è proprio impossibile prevederne uno senza metterci in mezzo Il giovane Holden?).
Infine, per il Fuori Concorso d’autore, troviamo The Dust of Time di Theo Angelopoulos. Da tempo sul regista greco aleggia, neanche troppo sfumata, una patente di “bollito” di lusso cui vengono ancora accordate lussuose coproduzioni esclusivamente in virtù del suo glorioso passato. In realtà, questa nuova immersione nelle pieghe della Storia e del ricordo ci conferma che lo stile è rimasto quello adamantino di un tempo, e la capacità di suscitare emozioni violente con un solo, lunghissimo e complicatissimo, movimento di macchina, pure. Poi ci sono i dialoghi, è vero, che un po’ rovinano tutto, al punto che si arriva spesso a desiderare che i personaggi non aprano mai bocca; e la scena in cui Willem Dafoe scoppia a piangere gridando “I’m Lost! I’m Lost!” davanti a un carabiniere impettito e sull’attenti, rischia di essere promossa al rango di scult assoluto. L’immarcescibile Tonino Guerra figura nei credits come script consultant, e purtroppo si vede, anzi si sente.

CinemAvvenire.it

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