Dalla rassegna stampa Cinema

L’amore al cinema? Naturalmente gay

Carica di film omosex, mentre Berlino celebra Joe Dallesandro… non sarà un caso se quest’anno una lunga catena di baci omosessuali sta per invadere gli schermi del mondo. Da una parte le proteste legate alla decisione del Vaticano di opporsi alla proposta francese di depenalizzare il reato di …

Ospite al Filmfest il divo bisessuale «musa» di Warhol

Non è mai riuscito a capire fino in fondo perché il pubblico, uomini e donne, senza distinzioni, perdesse letteralmente la testa per lui. E gli è sempre apparsa abbastanza inspiegabile la passione di tanti per il cinema. Figuriamoci come si sentirà la prossima settimana, quando, al termine di due giorni di festeggiamenti (giovedì e venerdì), riceverà lo Speciale Teddy Award 2009 per l’insieme della carriera. Musa di Andy Warhol negli Anni 70, primo esempio di sex-symbol in versione maschile, icona gay nonché mattatore del sesso in pellicole di serie A e B, Joe Dallesandro, classe 1948, origini italiane e vita americana, è una delle star più attese della Berlinale. E non solo perché il suo fascino appare a molti intramontabile. Il Teddy Award è il premio riservato al cinema gay, ma è anche, sottolinea il direttore del Filmfest Kosslick, «un riconoscimento politico che ha l’obiettivo di promuovere l’emancipazione e la visibilità di tutte le minoranze, di tutti i più diversi stili di vita». Insomma, mentre Hollywood celebra con una pioggia di nomination la figura del leader gay Milk, interpretato da Sean Penn nel film di Gus Van Sant – su cui qui alla Berlinale c’è un documentario The Times of Harvey Milk di Robert Epstein – il FilmFest punta i riflettori su un attore che una trentina di anni fa si dichiarava apertamente bisessuale rilasciando dichiarazioni candide tipo: «Penso di aver insegnato a fare l’amore a tanta gente».
E’ l’aria del tempo, e non sarà un caso se quest’anno una lunga catena di baci omosessuali sta per invadere gli schermi del mondo. Da una parte le proteste legate alla decisione del Vaticano di opporsi alla proposta francese di depenalizzare il reato di omosessualità nel mondo, dall’altra una serie di divi alle prese per la prima volta con ruoli gay. E non solo in Usa. Se Jim Carrey e Ewan McGregor s’innamorano nel drammatico Senza apparente motivo, diretto da Sharon Maguire, in Italia succede che l’ex- reduce del «Gf» Luca Argentero diventi un politico gay travolto dall’attrazione per Filippo Nigro in Diverso da chi?, regia di Umberto Carteni. Anche Sacha Baron Cohen, travolgente protagonista di Borat, sarà un giornalista omosessuale in Bruno, mentre il pallido vampiro adolescente di Twilight, Robert Pattinson, diventerà Salvador Dalì invaghito di Garcia Lorca in Little ashes di Paul Morrison.
Il percorso di Joe Dallessandro è stato più difficile. Per farsi accettare come attore e non restare intrappolato nel ruolo di stella underground e macchina del sesso, ci sono voluti anni di cadute, rinascite, esperienze più o meno felici. Cresciuto in un orfanotrofio di Harlem, segnato dall’esperienza del riformatorio (aveva tentato di rubare un auto), Dallessandro non ha mai negato i suoi trascorsi di droga, alcool, prostituzione. Quando Andy Warhol e Paul Morrissey lo fecero recitare in The loves of Ondine aveva solo 18 anni, il suo strip-tease era mozzafiato, la carriera ormai avviata. Seguirono film celebri, da Flesh, nel ‘68, lanciato con la frase «Può un ragazzo essere troppo attraente?» (i dialoghi italiani ebbero la firma di Alberto Arbasino) a Trash – I rifiuti di New York, a Je t’aime moi non plus con Jane Birkin e Serge Gainsborg, a Black moon dove era diretto da Malle e a Cotton Club in cui, guidato da Coppola, si era trasformato in Lucky Luciano.
Perfino Lou Reed ha voluto celebrare Dallessandro se è vero che la celeberrima Walk on the wild side è dedicata proprio a lui.
Sposato tre volte e padre di due figli, Joe Dallesandro è uscito indenne da un’epoca di contestazioni infuocate e provocazioni estreme. Molti altri non ce l’hanno fatta. Anche per questo sarà bello vederlo ricevere il premio venerdì, dopo la proiezione del film Little Joe girato dalla figlia Nicole. Un emblema di sregolatezza che sale sul podio dei buoni. Magari coltivando ancora certe vecchie, innocenti, perplessità: «Ho sempre avuto coscienza di quello che significavo per il pubblico. Certo, sapevo di rappresentare una fantasia, una specie di sogno. Eppure tutto questo non mi toccava, non mi spingeva a sentirmi bello né desiderabile. L’unica cosa che mi faceva stare bene era sapere che piacevo alla gente. Avevo bisogno di quell’affetto. Forse perché in tutta la mia infanzia ho sempre sofferto di una grande mancanza d’amore».

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