Dalla rassegna stampa Libri

Greer: «La mia musa? Mia nonna»

… Mi raccontò che all’inizio degli anni 50 un uomo, un maestro elementare, l’aveva avvicinata e le aveva detto di essere stato l’amante di suo marito durante la guerra, che lo amava ancora e che voleva scappare con lui. … Van Sant ha fatto un lavoro importante: molta gente si è dimenticata di …

Litta Lo scrittore americano di «La storia di un matrimonio» incontra il pubblico con Paolo Giordano

«Lei è la mia Perlie, anche se la sua vera vicenda è finita in un altro modo»

Il tam-tam innescato da alcune celebrity della recensione (dal premio Strega Paolo Giordano alla conduttrice barbarica Daria Bignardi ad Antonio D’Orrico di «Magazine») ha portato molta fortuna a «La storia di un matrimonio», pubblicato in Italia da Adelphi e giunto ormai alla quarta edizione. Lo stesso autore, l’americano Andrew Sean Greer, ne è sorpreso. «Negli Stati Uniti non è andato così bene, forse perché il ritratto dell’America anni 50 contenuto nel romanzo non è lusinghiero. Comunque secondo me un buon libro deve essere amato o odiato, se qualcuno pensa che sia “abbastanza bello”, vuol dire che hai sbagliato». La relazione coniugale di Perlie e Holland Cook (raccontata in prima persona da lei) è il cuore del romanzo che poi si scioglie in mille rivoli, dal razzismo, all’omosessualità, dal maccartismo alla guerra. L’incipit è di quelli che agganciano: «Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo». E invece…
«Le cose sono più complicate », risponde Greer, giovane dandy, adoratore di Proust e di Nabokov, nonostante tutto, dalla parte del matrimonio. «Io e David abbiamo avuto solo cinque mesi per decidere. Gli Stati Uniti hanno cancellato il matrimonio omosessuale proprio mentre l’elezione di Obama segnava la svolta più clamorosa di tutti i tempi. Solo 40 anni fa qui c’erano le fontanelle separate per i neri».
È stato a Washington per il giuramento?
«Sì e non avrei mai pensato di provare un’emozione così: non ho mai avuto un presidente che pensa quello che penso io, mi sono sempre sentito in minoranza. Adesso tutto è possibile».
Da scrittore, come ha trovato il discorso di Obama?
«Sinceramente non granché. Era il momento di tirare fuori la poesia e lui non è stato poetico. Per me il momento più emozionante è stato quando alle 12.01 lo speaker ha annunciato che la cerimonia sarebbe iniziata un po’ ritardo e che la presidenza Bush era ufficialmente conclusa ».
Tornando al suo libro, ho letto che si è si ispirato a una storia della sua famiglia.
«È in parte la storia di mia nonna. Viveva nel Kentucky. Mi raccontò che all’inizio degli anni 50 un uomo, un maestro elementare, l’aveva avvicinata e le aveva detto di essere stato l’amante di suo marito durante la guerra, che lo amava ancora e che voleva scappare con lui. Il nonno non partì e tra loro non ne parlarono mai».
Sembra un po’ «Brokeback Mountain»…
«Ho visto quel film mentre scrivevo il libro: i personaggi femminili sono così meschini, soprattutto Anne Hathaway. Proprio per questo dopo vari tentativi ho scelto di scrivere “Storia di un matrimonio” dalla parte di Perlie».
E di «Milk» che cosa pensa?
«L’ho visto al Castro Theatre di San Francisco, un posto storico che c’è anche nel film. Van Sant ha fatto un lavoro importante: molta gente si è dimenticata di quanto è stata dura la lotta dei gay negli anni 70-80»
Lei ha un fratello gemello. Vi sentite spesso?
«Siamo fisicamente identici e molto legati. A giugno avrà un figlio: è impressionante, un bambino con il mio stesso dna».

Domani al Teatro Litta, c.so Magenta 24, ore 20.30 Paolo Giordano conversa con Andrew Greer

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