Dalla rassegna stampa Cinema

Valchiria docet

Bryan Singer ammira la perfezione della mostruosa macchina hitleriana di autosterminio e irride alla sciagurata macchina criminale delle sgangherate democrazie liberali. Una strana lezione di storia e di suspense con Tom Cruise

Estate 1944. L’ultimo samurai crede di aver fatto saltare in aria, in un crescendo wagneriano, il pittore delle svastiche. Per una serie di errori, però, vince l’imbianchino austriaco. Il dissidente aristocratico terrorista ha ragione, ma è inetto. Però, 9 mesi dopo, Hitler si suicida…
Strano. Prima un inno alla Grande Polonia cattolica di Wajda padre e figlio (Katyn). E ora alla Santa Germania, che il nazionalsocialismo imbrattò, in questo Operazione Valchiria di Bryan Singer che consacra come grande star della maturità, e proprio nella parte dell’inetto ma coraggioso colonnello Claus von Stauffenberg, il martire (per qualche storico, come William L. Shirer, un po’ a scoppio ritardato) della liberaldemocrazia rinata dopo imbarazzante parentesi, un più che perfetto Tom Cruise forse perché con una mano e un occhio in meno gesticola meno: da Eastwood a Jerry Lewis, da Marvin a Brando, chi non supera l’esame alto ufficiale del Terzo Reich, non è consacrato super star.
L’Europa affascina di nuovo Hollywood, che torna non a caso al filone cool degli anni 60 kennediani e all’affresco antinazista, pignolo (Hitler firma il «piano Valkyrie», che detronizzerebbe le Ss, con una autentica penna Pelikan M100) e un po’ dada (i tedeschi buoni sono attori inglesi, quelli cattivi tedeschi) per raccontarci che dense nubi dittatoriali hanno imbrattato di recente perfino lo stato di diritto più invidiato del mondo. E qui si parla solo inglese.
Stauffenberg, amico di Stefan George, era colonnello-poeta, come il colto nazi di Melville (Il silenzio del mare). Ma Singer sembra prescinderne quando ci racconta nei dettagli (filologicamente corretti) il thriller di un colpo di stato complesso e affascinante, ma «quasi riuscito» (molti militari africani, come il capitano guineano Moussa Dadis Camara, hanno perfezionato Stauffenberg: i riformisti studino di più l’Africa, vista l’aria che tira) perché la poesia che aspira all’«oscuro fondo cui sei votato (Goffred Benn) è inattaccabile da esametri o ipermetri degli umani.
Il film parte da un assunto razionale. L’esercito tedesco è una cosa. Un’altra il nazismo e le Ss (caduca parentesi cupa poco più che decennale, dicono i liberali irriducibili). Non tutti i tedeschi (sopravvissuti), anche se obbedivano al fuhrer, perché «il dovere prima di tutto», erano inossidabili nazisti. L’aristocratico colonnello Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg (capo di una fronda di congiurati d’alto rango e di poltronesche utopie), per esempio. Leggetevi le sue memorie, sono convincenti: eroe di guerra sul fronte africano nel ’43, già dissidente nel ’42, disgustato dalla pratica di sterminio di civili e ebrei sul fronte russo (non nascosti come quelli degli alleati, ma diffusi via 16mm ovunque) organizzò gli ultimi 2 colpi di stato, dei 12 ammessi dal regime, per restaurare la Grande, Santa Germania. Fu un fallimento completo, ma emoziona (e fa godere perfino dello stereotipo) la sequenza dei militari tedeschi della riserva, organizzatissimi, che smantellano in un attimo l’intero «sistema Himmler/Goering/Goebbels», risarcendo di tutte le epurazioni sospese, dei processi di Norimberga e dei tribunali di riconciliazione mai istruiti.
Il regista ebreo americano Bryan Singer, esageratamente sedotto dalla mefistofelica potenza del mostro nazista , non senza difficoltà tecniche (molto girato è andato stranamente perduto) e tra misteriosi incidenti di percorso (anche alcune comparse ferite), ha portato in porto la missione impossibile. Almeno per chi, come Bernard Henry Levy, afferma, eterno stalinista, che se lo scientologo è star ogni pamphlet antifascista è un controsenso. Sbaglia. È antifascista raccontare al grande pubblico, pigiando sul tasto suspense, lo scontro tra un terrorista democratico e un teologo dell’orrore nero (scena della cartella con la dinamite sotto il tavolo di Hitler, di hitchcockiana memoria, compresa). Un match che solo il pubblico tedesco conosceva (Carice van Houten era Stauffenberg in un tv movie locale). E, a proposito di Hitch.
In Nodo alla gola due nazistelli americani di banale sadismo uccidono un loro compagno di università, così, per darsi al delitto come una bella arte. Quando il delitto è perfetto? Quando è pratica di superuomini: i subumani o non contano o non capiscono. James Stewart, il loro professore di filosofia che, frainteso, li ha portati al crimine, capisce, li smaschera e spiega a tutti la differenza tra alta e bassa politica terrorista, tra democrazia, scienza della violenza e nazismo, scienza della criminalità gregaria. Tra togliere il petrolio all’Iraq, da Churchill a Bush jr. (che è ricchezza imprenditoriale) e togliere la parte più immonda di sé stessi (i comunisti, gli ebrei, i rom, i gay tedeschi…) per cristallizzare, incontaminato, lo spirito della nazione (che è povertà imprenditoriale). Oggi perfino Fini capisce con che criminali stare. Lo stato di diritto deve poggiare le sue basi su legge etiche interiori, extrastatali. Da Nürnberg a Callaghan.

OPERAZIONE VALCHIRIA DI BRYAN SINGER, CON TOM CRUISE, KENNETH BRANAGH, BILL NIGHY, TOM WILKINSON, TERENCE STAMP. USA 2008

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