Dalla rassegna stampa Cinema

Joseph Losey, lo sguardo impuro di un maestro

OMAGGIO · Pordenone celebra il cineasta americano … Ciment segnala giustamente come Losey sia stato cineasta esemplarmente inglese senza essere inglese, e abbia girato film omosessuali o femministi senza essere né omosessuale né donna…

PORDENONE
Ha fatto teatro brechtiano, film scritti da Pinter o tratti da Ibsen, Tennessee Williams, Noel Coward… nella volontà di messinscena di Joseph Losey non s’impone Pirandello, eppure «Uno, nessuno, centomila» potrebbe essere il titolo giusto per sintetizzare la natura di un cineasta che ha più volte spiazzato anche i suoi ammiratori. Ecco perché questa edizione di Lo sguardo dei maestri , la manifestazione ideata da Luciano De Giusti che si svolge tra Udine e Pordenone, è stata tra le più indispensabili delle undici edizioni realizzate, proprio perché si occupava di un maestro impuro e perché è riuscita a riunire gran parte dei loseyani storici insieme a studiosi recenti. Pierre Rissient, colui che aveva eletto al MacMahon e a «Présence du cinéma» il primo Losey, quello americano, a massimo cineasta nel quartetto d’assi con Walsh, Lang, Preminger, è stato la presenza centrale del convegno. Accanto a lui il loseyano più fedele nel tempo, Michel Ciment, ha fornito molteplici chiavi e informazioni, non prive di intransigenze: come nell’esplicitare la formazione religiosa e la successiva fede stalinista mai rinnegata, particolarmente interessante per il regista di L’assassinio di Trotsky . Infatti capiamo meglio, dopo questo convegno, l’onnipresenza di doppi anche autobiografici nell’opera del regista: se i film americani riescono miracolosamente a unire cinema trasparente e opacità filosofica , da Monsieur Klein a Don Giovanni si precisano universi di doppi. Ciment segnala giustamente come Losey sia stato cineasta esemplarmente inglese senza essere inglese, e abbia girato film omosessuali o femministi senza essere né omosessuale né donna. Quando hanno preso la parola i loseyani storici italiani, in particolare Goffredo Fofi, ci si accorgeva che il loro Losey era un altro rispetto a quello di Rissient, che hanno probabilmente sempre mal conosciuto: era il Losey dei mimetismi antonioniani o resnaisiani, o dell’impegno già post-brechtiano di Per il re e per la patria . E infatti, quando arrivarono, nella fase immediatamente successiva, le realizzazioni invece post-mélo ( La scogliera dei desideri, Cerimonia segreta ), gli ammiratori italiani furono disorientati. Chi però vide quei film tra anni 60 e 70, recuperando solo in seguito l’opera precedente, fu tentato di amarli perversamente. Parliamo anche di noi stessi, che infatti prolungammo la passione, più che sui menzionati teoremi di doppi o sui ritorni neoclassici ( Messaggero d’amore, Una romantica donna inglese ), proprio sui film più irregolari del regista, da Figures in a Landscape a Trotsky e Casa di bambola fino ai sofferti film finali, La truite e Steaming (il giovane studioso che di questi ha parlato, Denis Brotto, ha fatto l’intervento più interessante con quelli di Roberto Calabretto e Dario Marchiori). Non è un caso che in uno di quegli stupidi elenchi di «film peggiori di ogni tempo» venga indicato anche L’assassinio di Trotsky . L’evento-proiezione della manifestazione ha rivelato un’ulteriore, imprevista passione elettiva. Hideo Nakata, il regista dei Ring , ha infatti realizzato nel 1998 il lungometraggio Joseph Losey: The Man with Four Names , che sottolinea in Losey il far proprie altre personalità: non pseudonimi, come incorrettamente tradotto, ma nomi di altre persone reali, tra cui due dei cineasti più «falliti» della storia del cinema (Victor Hanbury e Andrea Forzano). Intervengono nel film di Nakata molti famigliari e collaboratori, tra cui la sempre disturbantemente attraente Julie Christie, sensuale pur nella distanza. Al convegno hanno invece fatto pervenire interventi Michael York (in video) e Alain Delon (scritto), mentre Masolino d’Amico ha letto brani dal bell’epistolario di Dirk Bogarde. Losey, dice Rissient, era tremendamente invidioso della fama di Welles. E pur non avendo lasciato dei film incompiuti ma semmai qualche progetto non realizzato, dopo questo convegno saremmo portati a credere che, se l’interesse per Losey può oggi riemergere, dovrebbe essere capace di tenere uniti i poli più distanti della sua opera: lo splendore macmahoniano del periodo americano e le derive più volutamente incontrollabili delle fasi successive. La partita iniziata col completo d’assi ha ormai a disposizione solo un mazzo di carte matte.

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