Dalla rassegna stampa Cinema

TRIESTE FILM FESTIVAL · Si è conclusa la 26/ma edizione

… l’esordio registico di Madonna, Filth and Wisdom . Su cui ahimè si è confermata la sensazione che Madonna vi sia meno regista che in tutte le cose che ha fatto finora, fossero film di cui era attrice oppure video musicali e dirette televisive…

Gentilomo, un omaggio a metà per il cineasta del passato

TRIESTE
Oltre a quanto già segnalato nella precedente corrispondenza la ventesima edizione del Trieste Film Festival conteneva altri spunti interessanti. Come la serie delle masterclass, curate da Elena Giuffrida, e la sezione «Muri del suono» di Giovanna Tinunin con Monica Goti. Questa rassegna integrava altri percorsi musicali del programma, o dal vivo (Olga Kouklaki e altri) o in proiezione. La stessa serata inaugurale del festival ha preso a pretesto la collaborazione dei Gogol Bordello per riprendere da Torino l’esordio registico di Madonna, Filth and Wisdom . Su cui ahimè si è confermata la sensazione che Madonna vi sia meno regista che in tutte le cose che ha fatto finora, fossero film di cui era attrice oppure video musicali e dirette televisive. Solo i mimetismi di Holly Weston verso Britney Spears sono in grado di scuoterci, a prolungare una fascinazione madonnesca che però si afferma meglio nel clip a due Madonna/Britney (in cui la parete infranta per l’incontro tra corpi era una vera invenzione di regia) o nel bacio a tre agli Mtv Awards con Christina Aguilera, momento di grande messinscena tra desiderio e sguardo che francamente ci manca nei piccoli giochi del nuovo film. Il programma del festival ha però anche più volte toccato il rapporto col cinema italiano del passato. La rassegna dedicata al cineasta di origini triestine Giacomo Gentilomo è stata forse un’occasione mancata per ritrovare, ristampare, rivedere i film più misteriosi e più affascinanti del regista. Rimarrà un utile librocatalogo ma speriamo non diventi un pretesto per pensare che «abbiamo già dato». La difficoltà che ha incontrato anche un festival di successo come questo per trovare un pubblico numeroso per un certo tipo di film non dovrebbe portare a pavidi dubbi se continuare o meno certe proposte. Non si tratta solo di un dovere di studio ma del ritrovamento di un piacere di visione che non sempre si diffonde con la velocità voluta. Le responsabilità di questo sono molteplici, e andrebbero condivise alla pari tra il discorso accademico e l’incapacità della cinefilia a sottrarsi alle banalizzazioni. Ne troviamo conferme in alcuni documentari sul cinema italiano presenti nel programma del festival. Ad essi si aggiunge un documentario con immagini di repertorio del cinema coloniale congolese, La debole corrente di Nicole Leghissa, sulla figura di Pietro Savorgnan di Brazzà, viaggiatore che non volle essere conquistatore e diede il nome a Brazzaville. Va detto anche che il ruolo di guida discreta che ha in questo film Paolo Rumiz, o quella di un altro giornalista-viaggiatore, Pietro Spirito, in Medusa di Fredo Valla non trovano una pari discrezione nelle presenze dei cultori della materia cinematografici: ci riferiamo sia al film di Valla che a Il perdente gentiluomo di Gloria De Antoni e Oreste De Fornari. Questo documentario su Antonio Centa, prodotto dalla Cineteca del Friuli, ha il merito di scoprire una figura di interprete rimasto ai margini del divismo. In fondo, il suo film più divistico è rimasto il primo, Squadrone bianco di Genina. Il documentario rivela bene sia le radici friulane, maniaghesi, di Centa che il suo attraversamento incerto del cinema italiano, come anche la sua vicenda personale di «seduttore timido» (poteva essere un titolo più appropriato di quello prescelto). Gloria De Antoni ha ormai consolidato un’affabilità di racconto, attraverso i suoi documentari su Monicelli, sul set friulano di Addio alle armi , su Bottecchia… Peccato che qui abbia ecceduto in alcuni giochini elettronici che la allontanano dal cinema senza essere abbastanza televisione. Per fortuna però ha la giusta capacità di far parlare in modo interessante i testimoni intervistati: va segnalata una bella intervista con Georgia Moll, e una bellissima con Dino Risi, che più volte si era rivelato grande osservatore delle altrui presenze nel cinema italiano (non solo della propria). Anche il film di Valla ha dei meriti di testimonianza nel riferirsi al set di Uomini sul fondo di De Robertis. L’intervista in cui Bruno Gabbrielli racconta come il suono delle bombe in caduta sull’acqua fosse «ciak!» è francamente memorabile. Peccato che tutto crolli nell’inesattezza dell’esperto cinematografico: Roberto Rossellini era sì venuto a trovare De Robertis sul set, ma su quello degli esterni girati a La Spezia da Perilli, non su quello triestino dove il coregista era Giorgio Bianchi. È con La nave bianca che Rossellini inizierà a girare per De Robertis. Ma indicare Rossellini come coregista è evidentemente più chic che nominare Giorgio Bianchi.

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