Dalla rassegna stampa Libri

Viaggio al capezzale di Paul Verlaine

Gli ultimi mesi del poeta raccontati da Jean Teulé

ROMANZI
JEAN TEULÉ, O VERLAINE!, TRADUZIONE DI ALICE VOLPI, NUTRIMENTI, PP. 300, EURO 17

Non è una porta qualsiasi quella che si spalanca al passo del giovane contadino, un quindicenne dal profilo enigmatico al centro del nuovo romanzo dello scrittore e fumettista francese Jean Teulé. Nella libreria al numero 19 di Quai Saint-Michel, l’adolescente «dagli occhi languidi» non era entrato in cerca di intonsi volumi con coperte in pelle, tela o pergamena, ma dell’indirizzo di un poeta i cui versi conosceva bene. Talmente bene che proprio per amore di quei versi si era fatto trascinare fino alle soglie di una città, Parigi, che più di una «ville lumière» ora gli sembrava in tutto e per tutto simile a un giocoso e male illuminato inferno. Sulla porta del negozio, a chiare lettere incise nel vetro, si poteva ancora leggere la scritta «Léon Vanier Editeur». Ma Vanier non era un commerciante qualsiasi: specializzato in poesia, già direttore della rivista «Paris-Moderne» a suo modo destinata a conquistarsi una certa gloria postuma, era soprattutto editore e amico di un Paul Verlaine che, giunto oramai al termine di una vita scriteriata e violenta, l’otto gennaio del ’96, verso le sette di sera, avrebbe tirato il suo ultimo respiro.
Pur dimostrandosi affabile, Vanier mise in guardia il giovane sulle maniere non proprio consone al bel mondo e sulla spudorata, quasi spensierata pederastia dell’amico: «Con lui non si può mai sapere. Paul Verlaine è un grandissimo poeta, ma anche un soggetto molto particolare. Può essere l’uomo più gentile del mondo, ma diamine… ha le sue giornate storte. Dipende».
Nato a Saint-Lô cinquantacinque anni fa, dopo due decenni passati a scrivere sceneggiature per cinema e televisione e a illustrare i libri altrui, alla fine degli anni ’80 Teulé ha esordito in prima persona nel mondo delle lettere, abituando a poco a poco i suoi estimatori – cresciuti progressivamente di numero, al punto che persino in Italia, terra non proprio di conquista per gli autori francesi, libro dopo libro comincia a essere apprezzato – ad entrare nelle proprie storie da una porta di servizio. Una porta in tutto e per tutto simile a quella che, in apertura di O Verlaine, ci precipita nell’autunno del 1895, sulla soglia di una libreria e di una storia esemplari.
Ideale prosecuzione di Rainbow pour Rimbaud e Io, François Villon (quest’ultimo è uscito da Neri Pozza nel 2007), il libro si presenta come una atipica biografia in forma di viaggio dentro – più che «attorno» – gli ultimi mesi di vita del poeta francese. Il viaggio è appunto quello che porta il contadino, che risponde al nome di Henri-Albert Cornuty, da una sperduta landa della Francia del sud fino al bordello di rue Descartes 18, al capezzale di Verlaine. Malato e privo di qualsiasi risorsa economica (e morale), Verlaine alloggiava allora all’Hôtel de Montpellier circondato unicamente da prostitute, ruffiani, farabutti di ogni genere, e riceveva tutt’al più la visita di qualche testardo creditore. Dal giorno del loro incontro, però, qualcosa cambia nella vita di entrambi. Cornuty inizia a prendersi cura – moralmente e materialmente – di Verlaine, circondandolo di affetto e attenzioni e costituisce una specie di gang – la «banda dei quattro» – pronta a tutto pur di difendere il «poeta degenerato» dalle offese degli accademici che osteggiano il «verso libero». Tra avventure e incontri quasi picareschi sullo scenario del Quartiere Latino, la figura di Henri-Albert Cornuty svela via via i suoi contorni da favola. È un merito indubbio di Teulé quello di avere ricordato, grazie a una scrittura brillante e piacevole, un incontro poco noto nella vita di Verlaine: poco noto ma di una certa importanza, se lo stesso Picasso, che conobbe Cornuty, colpito dalla sua straordinaria personalità decise di ritrarlo, lasciando uno dei pochi «documenti» – un altro è di Max Jacob – sulla vita del contadino di Beziérs. Pubblicato dalla romana Nutrimenti, O Verlaine è un libro molto curato, nella scelta estetica e nella resa grafica, soprattutto per quanto attiene corpo e caratteri. È un vero piacere, in tempi di kitsch per non dire di analfabetismo grafico, poter assistere a un vero pluralismo di caratteri, dal Frutiger al Sabon creato nel 1965 da Jan Tschichold, «pluralismo» troppo presto sacrificato sull’altare dell’omologazione che oramai regna incontrastata anche su pagine e paginette di libri e giornali.

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