Dalla rassegna stampa Libri

Il sacerdote che benedicei matrimoni omosessuali

… padre Franco continua a scrivere libri che fanno scandalo. L’ultimo, “Omosessualità e Vangelo” – a cura di Pasquale Quaranta e pubblicato per la Gabrielli Editori …

genova. Ha celebrato il primo matrimonio omosessuale nel 1978. In chiesa. Con i fiori. I canti. E gli sposi che scambiavano gli anelli benedetti. Quel matrimonio resiste ancora. E pure lui. Sempre nella Comunità Cristiana di Base a Pinerolo, in Piemonte. Padre Franco Barbero continua a dir Messa e a celebrare matrimoni. Pure tra omosessuali. Nonostante nel 2003 sia stato sospeso a divinis. «Mi scrisse Joseph Ratzinger in nome di Giovanni Paolo II – racconta il religioso – ma il mio Dna è da prete. Quindi continuo a celebrare Messa e matrimoni. Anche tra omosessuali, certo. Dov’è la differenza? Ho settemila mail di altri preti che mi dicono di continuare. Anche se poi in pubblico, devono prendere le distanze…».
Oltre a seguire il suo «Dna da prete», padre Franco continua a scrivere libri che fanno scandalo. L’ultimo, “Omosessualità e Vangelo” – a cura di Pasquale Quaranta e pubblicato per la Gabrielli Editori di San Pietro in Cariano, in provincia di Verona – è uscito un mese fa. Padre Franco lo presenterà in anteprima, il 13 gennaio. A Genova, città del Gay Pride 2009. Il religioso è stato invitato da Riccardo Gottardi, segretario nazionale di Arcigay e dalla sezione ligure, che proprio ieri ha ricevuto il primo patrocinio ufficiale: dalla Provincia di Genova.
Settant’anni, una laurea in Teologia, una serie di volumi sulla vita di Gesù e sulla Mariologia che fecero scandalo già 30 anni fa – quando da Oltretevere gli piovvero le prime ammonizioni – padre Franco Barbero è il volto ecumenico della Chiesa davvero aperta a tutti. Omosessuali compresi.
Premette: «Sono sempre stato eterosesuale». E spiega: «C’è voluto del tempo per capire. E soprattutto per accettare. Ma tutte le religioni s’interrogavano su omosessualità e Fede. Ho capito con gli anni che l’omosessualità può essere un dono. Nel 1963, in seminario, ho cominciato a stupirmi perché conoscevo poco. Ma sollecitavo incontri per capire qualcosa che era ancora molto, molto nascosto. Mi misi in ascolto. Il cammino fu lento anche per me. Ma cercavo l’amore. Esattamente come i miei fratelli e le mie sorelle. Superato il turbamento iniziale – ricorda il religioso – è subentrato lo stupore di capire che ci sono anche altri modi per comprendere la realtà».
Poi ci fu il primo matrimoio gay in chiesa, nel 1978. E fu scandalo. «Ho unito negli anni oltre 200 coppie omosessuali – racconta padre Franco – Non c’è nulla di eccezionale. Dove c’è l’amore, per me che sono credente, lì c’è Dio. Il resto, sono soltanto sigle culturali. Fastidiose. Irritanti. Che ricalcano l’aspetto sessuale, più che l’aspetto vero. Quello dell’amore. Il più importante. E che sembra essersi perso, in un mondo in cui sembra sparita la tenerezza. Persa insieme agli affetti. Ma sarò sempre riconoscente al mondo omosessuale perché mi ha liberato dalla prigione dogmatica della Chiesa». Che non a caso, nel 2003, ha deciso la sospensione a divinis. «Non mi ha scosso – ribatte lui, placido – Il mio Dna è da prete. E ho imparato ormai 50 anni fa, a Parigi, che senza l’aiuto di chi ti indica la strada non soltanto sei solo. Di più: non vai da nessuna parte. Il mondo gay mi ha aiutato a scendere da quelli che ero convinto fossero il transatlantico della salvezza e la carrozza della verità. Ecco, dovremmo tutti scendere un po’ da quella carrozza. E perdere un po’ di arroganza». Riprende fiato e prosegue: «Noi cristiani non abbiamo il monopolio della salvezza. Dobbiamo essere più ecumenici. Dialogando. E imparando. Anche dalle altre religioni. Senza dimenticare che Dio è uno soltanto».

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«Io, prete gay all’attaccodell’ipocrisia cattolica»

Padre Felice esce allo scoperto: ora ho una storia, chi sa lo accetta
«Ecco la mia vitadi sacerdote gay»
la testimonianza
Prete ligure rompe il tabù dopo la svolta di Avvenire

genova. «Come vive la propria omosessualità un prete come me? Con molta serenità». Padre Felice, 50 anni, parroco in un Comune della Liguria, parla con il tono leggero di chi questa «serenità» non soltanto la vive davvero, ma la trasmette pure agli altri. Anche perché se l’è conquistata a caro prezzo. Con anni di tormenti, iniziati da adolescente. E poi in seminario, dove confida di aver «avuto la fortuna di una relazione con un altro seminarista». Una bella storia d’amore, «poetica, durata a lungo: per 15 anni». Ma che non gli ha risparmiato riflessioni interminabili e molto critiche. Sia verso se stesso, sia verso la Chiesa. Oggi che anche il quotidiano dei vescovi Avvenire ha aperto il dibattito su sacerdozio e omosessualità, padre Felice può rivelare tranquillamente di essere un prete gay.

«Sì, sono gay come molte altre persone all’interno della Chiesa, sebbene non tutte si manifestino». Appunto. Molti religiosi – preti e suore – sono omosessuali. Ma difficilmente ne parlano. Tantomeno in pubblico. Invece Italo, come si chiamava padre Felice nel mondo laico, quando ancora abitava in Lombardia con la famiglia, non soltanto ne parla, ma lo fa con estrema naturalezza. Conferma padre Felice: «Per vivere l’omosessualità con serenità occorre accettare se stessi. E mettere un filtro alla dinamica della gerarchia ecclesiastica e omofobica».
Padre, non è che qui parte una sospensione a divinis?
«All’inizio, vivi con terrore. Nascondendolo a te stesso. Poi capisci che devi accettarti, facendo un cammino di maturazione affettiva. Un cammino che di solito viene negato. Basta leggersi “Il diario di un curato di campagna” di George Bernanos per capire che cosa prova il classico pretino schiacciato».
Quando ha realizzato di essere gay?
Da ragazzino, si percepisce. In seminario, si realizza pienamente. Verso i vent’anni, si arriva all’accettazione».
Di nascosto? Pregando e macerandosi?
«Ho avuto la fortuna di una relazione con un altro seminarista. Era tutto molto poetico. Si hanno vent’anni. E tutta l’incoerenza dei vent’anni. Ma con la speranza data dalle aperture del Concilio. Così almeno si pensava allora. Perché poi è arrivata la Restaurazione. Ma la Chiesa non è una compagnia militare. È una comunione di più voci. Di più anime».
Quant’è durata la storia in seminario?
«Quindici anni. Anche lui è diventato prete. Poi ci siamo lasciati. L’amicizia è rimasta. Ora è missionario in Centro America».
Lei è così tranquillo…
«Guardi che conosco molti preti omosessuali, molto tranquilli e altrettanto sereni. Diverso è il caso di quelli che rifiutano di accettarlo e di accettarsi. Sono i primi a scagliarsi…».
Lei è single?
«Ho una storia da sei mesi. Con un coetaneo. Prete? No, pure lui single».
Scusi, padre, e la comunità?
«Non tutti sanno tutto. Mica siamo a un reality. Però chi sa accetta. E non ha problemi. Anzi, proprio per questo sono diventato un punto di riferimento per chi ha problemi d’amore. No, non soltanto gay. Anzi. Direi che si rivolgono a me i ragazzi etero. Sanno che posso comprenderli».
Scusi, ma la castità?
«Bella domanda. Soltanto i monaci e i frati fanno voto di castità sul modello greco di perfezione. Noi preti facciamo promessa di celibato».
Ossia?
«In realtàè frutto di un diktat della Chiesa del 1200, decisa a evitare che i patrimoni finissero alle famiglie dei religiosi. In realtà, non c’è mai stato obbligo di celibato. Tant’è che non esiste nelle altre religioni. E fino al 1200 neppure per noi. Francamente, penso che il fatto di vivere da soli non faccia maturare. Non ti fa preoccupare dell’altro».
Come dire che senza un partner e dei figli non si possono comprendere gli affanni quotidiani dei fedeli?
«Concordo. Ma sempre più la famiglia etero viene usata come scudo contro gli omosessuali. È la tragedia del nostro tempo. Che esiste solo da noi. Non in Africa, per esempio. La vita celibataria nelle Missioni non esiste. È importante, però, non farlo sapere. È il gap tra realtà e gerarchie ecclesiastiche. Che all’inizio tutelavano i patrimoni, ora disprezzano la sessualità. A parole. Nell’ipocrisia cattolica, basta non farlo sapere».
Invece lei fa coming out. È innamorato?
«Sì, felicemente. Da sei mesi. Una cosa molto serena».
Chi ha fatto il primo passo?
«Direi lui, eravamo in vacanza. Abbiamo iniziato parlando molto. Ci incontravamo».
E ora quando vi vedete? Nel fine settimana?
«Veramente, sabato e domenica io non posso… – ride – Ma nei giorni feriali, stiamo insieme».
Allora, auguri.
«Grazie di cuore».

Patrizia Albanese

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10/01/2009

Prete gay, Tonini condanna «O cambia vita o è fuori»

Per il cardinale i vertici dei seminari hanno responsabilità enormi

genova. «Figliolo, mi metto a tua disposizione per aiutarti a riflettere su di te. Non è con la scomunica, che si salva un individuo, ma con il dialogo». A dispetto dei 94 anni compiuti a luglio, la voce del cardinale Ersilio Tonini non tradisce incertezze. È dolce quando invita al dialogo il sacerdote di un Comune della Liguria, che ha fatto coming out sulla sua omosessualità e sulla storia d’amore iniziata sei mesi fa con un coetaneo di cinquant’anni. Ma repentinamente, quella stessa voce si fa dura e tagliente quando ammonisce: «La Chiesa ha regole precise. E vanno rispettate. La gente ha diritto di avere pastori esemplari. Che siano degni rappresentanti di Cristo Signore. E l’omosessualitàè incompatibile con tutto questo».
Inutile tentare di appellarsi alla Carità cristiana e all’accoglienza, predicate nel Vangelo. L’arcivescovo emerito di Ravenna è nettissimo: non possono convivere omosessualità e ministero religioso.
Certo, ammette il cardinale «la scomunica non salva un individuo». A patto, però, «che si ravveda». Cioè: torni sulla retta via. Quella del sacerdozio. Che «pretende la totale castità», peraltro «giurata durante una funzione alla presenza di tutta la Comunità. Due anni prima del sacerdozio, c’è la festa solenne del Celibato».
In caso contrario? Se il sacerdote ligure che ha avuto il non facile coraggio di esporsi – anziché, tacere come moltissimi altri religiosi, preti o suore – non intendesse «cambiare vita», rientrando nei binari previsti dalla Chiesa?
Secondo Ersilio Tonini non ci sono che due alternative: «O cambia strada, o lascia l’abito talare. Deve comprendere che non può continuare a celebrare Messa. Con l’Eucaristia non si scherza. Se non desiste, deve smettere di celebrare». Una pausa e il cardinale emerito, con la consueta verve, sbotta: «Il vescovo deve intervenire e togliergli tutti i ministeri». Eminenza, ma quest’uomo non fa del male a nessuno… «Ma scherziamo davvero – tuona il cardinale – Come potrebbero le famiglie affidargli i propri figli? Con quale serenità?». Ma questo religioso è omosessuale, non pedofilo: c’è una bella differenza. «Le faccio un esempio: se una donna sposata va con altri uomini, il parroco ha il dovere di metterla in guardia. Quella donna non può certo fare la Comunione, dopo aver dato scandalo. Ci vuole coerenza. Il sacerdote è una paternità spirituale, che suppone un’altra vita. Ma dico – s’accalora Tonini – Come si fa, come si fa a celebrare una Messa dopo essersi abbandonati alle passioni? No. No. No. Sono preoccupato per il bene della Chiesa e per Cristo Nostro Signore, che deve avere il meglio. La Chiesa dev’essere severa. Il prete, anche per la gente, rappresenta Cristo Nostro Signore. I fedeli hanno diritto di affidare i propri figli con tranquillità a un prete». Che non è, appunto, un pedofilo, ma un omosessuale. E che ha avuto una storia d’amore iniziata in seminario e durata quindici anni». Dopo una lunga pausa, il cardinale arriva al nocciolo del problema. Una questione non da poco per le autorità ecclesiastiche: il seminario.
Racconta Tonini: «Sono stato a lungo anche rettore di seminario. Ed è li che si deve agire. Lì. I vertici dei seminari hanno responsabilità enormi. Devono essere in grado di comprendere che il rischio di omosessualitàè proprio nei seminari. Quando si accorgono di tali tendenze affettive, devono dire no. Impedire che questi ragazzi vadano avanti. Cristo ha il diritto di avere rappresentanti degni. La Chiesa e i genitori hanno diritto di avere una guida sana per i figli».
Dunque, fuori i gay dalla Chiesa? «Ripeto, la questione è a monte. Nei seminari – insiste il cardinale – Vanno assunte informazioni, prima dell’ordinazione. I dirigenti dei seminari devono capire». E poi? «Si dice no – replica netto Ersilio Tonini – Chi ha questa tendenza o la domina o deve fermarsi. Se non lo fa lui, va fermato da altri. Ferisce la Chiesa, i fedeli». Anche se lo accettano? «Non è possibile. La Comunità, allora, che cosa diventa? Una baldoria, non più una Chiesa».
Cardinale, nessun aiuto, ma soltanto porte sbarrate ai preti omosessuali? E magari pure una scomunica? «Si fa di tutto per aiutare queste creature. Abbiamo delle Comunità dove vengono mandate a riflettere. Perché ci pensino. Perché si possano redimere». Scusi, eminenza, perché«redimere»? «La loro esigenza dà scandalo – scandisce Ersilio Tonini – Non consente di guidare i fedeli. Che hanno diritto ad avere preti sul modello di Cristo Signore». Che cosa vorrebbe dire al sacerdote ligure che con coraggio infinito ha ammesso la sua omosessualità? «Ha il dovere di dire no a se stesso. Gesù se li è scelti gli apostoli. È questa la maggiore responsabilità dei vescovi. Anche se è nei seminari che vanno fatti i controlli. Lì si devono capire le tendenze».
patrizia albanese

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