Dalla rassegna stampa Cinema

Una Duchessa noiosa e senza classe

Keira Knightley ancora una volta in costume settecentesco nel polpettone su una donna sacrificata alle convenzioni e al rango

All´inizio lady Georgiana Spencer ha diciassette anni, sprizza gioia di vivere e diffonde spontaneità. Non è ancora finita la prima sequenza, però, che la madre la destina in sposa al duca del Devonshire, uno dei più importanti pari dell´Inghilterra di fine ?700. Qui cominciano le sventure di Georgiana. Presto la ragazza capisce che il nobile sposo ama i suoi cani più di lei: freddo e sprezzante, egoista e terribilmente maschilista, a letto la prende in fretta e si gira dall´altra parte; quel che vuole dalla giovane moglie è unicamente un erede, maschio s´intende. Partorite due femminucce, la duchessa cade in disgrazia; subirà umiliazione dopo umiliazione, inclusa quella di convivere a palazzo con l´amante del consorte (Hayley Hatwell, vista in “Sogni e delitti” di Woody Allen), con cui deve rassegnarsi a costituire una famiglia allargata. Neppure la nascita di un rampollo di sesso maschile la sottrarrà al destino di detenuta di lusso. Adattamento del romanzo di Amanda Foreman, La Duchessa insiste fin troppo sulle analogie tra la sorte di Georgiana e quella di lady Diana, sua lontana discendente, sorvolando disinvoltamente sulle differenze dei rispettivi contesti storici. Per farlo, mette l´accento sul contrasto fra la vita pubblica della protagonista (è un´icona della società, fa vita mondana, si occupa di politica) e sul suo amore infelice per un giovane deputato wing: all´epoca gli uomini ricchi si potevano permettere l´amante, le donne ricche no. Incorrendo anche in alcune ingenuità, come la coscienza “femminista” della titolata, davvero troppo ante litteram, o la portata simbolica delle scene di sesso: col marito nella posizione del missionario, nella posizione “donna sopra” con l´amante. Peccato perché, in sottotesto, la storia della malmaritata Georgiana si presta assai bene alla critica delle convenzioni su cui sono fondate le società non-egualitarie come quella britannica, rappresentando il contrasto tra l´apparire e l´essere, l´opposizione di splendore pubblico e miseria privata. Anche il duca di Devonshire (carattere depressivo interpretato da Ralph Fiennes con una, quasi impercettibile, vena di humour) è, in fondo, una vittima delle medesime convenzioni che stritolano la moglie; solo, anziché ribelle come lei, consenziente fino alla mostruosità nel soffocare i sentimenti in nome del potere. Per l´ennesima volta in costume settecentesco dai tempi del primo “Pirati dei Caraibi”, Keira Knighley si mette volenterosamente al servizio del suo personaggio di donna sacrificata; dove non le viene risparmiato nulla dei più prevedibili passaggi del repertorio, incluso l´eccesso belletto sulle guance per mascherare il cuore spezzato. Aiuta poco la regia accademica e manierata di Saul Dibb. Certo, sarebbe ingeneroso rimproverargli l´abisso rispetto a Barry Lyndon di Kubrick, e anche l´assenza del tocco pop che rendeva originale Marie Antoinette di Sofia Coppola. Però il suo – pur decoroso – film non prende mai veramente quota e, dopo un´ora e cinquanta, finisce senza una scena che resti impressa nella memoria.

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