Dalla rassegna stampa Cinema

Warner Bros. Pictures - I fratelli che scalarono Hollywood

Harry, Albert, Sam e Jack erano ebrei polacchi sfuggiti alle persecuzioni antisemite Nel 1923 fondarono la casa di produzione che con la Paramount e la Mgm fu un pilastro della mecca del cinema Con il loro marchio lanciarono capolavori come “Via col vento” e “Casablanca” ma anche una lunga serie di …

NEW YORK
Erano quattro fratelli ebrei polacchi e si chiamavano Hirsz, Aaron, Szmul e Itzhak Wanskolaser. Riuscirono a fuggire alle persecuzioni antisemite e, sbarcati nel nuovo mondo, cambiarono i rispettivi nomi in Harry, Albert, Sam e Jack Warner. Erano diversi per indole e temperamento ma avevano un sogno comune: fondare un impero che avrebbe portato il loro nome. Sin dallo sbarco in America, avevano capito che l´invenzione dei fratelli Lumiere avrebbe avuto un grande futuro, e nel 1907 acquistarono un proiettore e cominciarono a mostrare pellicole in un “nickelodeon” di New Castle, in Pennsylvania. Il successo fu incoraggiante e investirono i guadagni per fondare una società di distribuzione, con la quale si affermarono sulla costa orientale. Fu Harry ad avere l´idea di trasformarsi in produttori e nel 1923 fondarono a Hollywood il “Warner Brothers Studio”, il terzo in ordine di tempo dopo la Paramount e la Metro Goldwyn Mayer.
La straordinaria epopea cinematografica della Warner Bros è diventata il soggetto di un libro intitolato You must remember this in omaggio alla celebre canzone di Casablanca. Ne sono autori Richard Schickel e George Perry, che hanno girato anche un documentario di cinque ore che porta lo stesso titolo. La storia della Warner è un pilastro della storia del cinema, ma basta scorrere i titoli dei film per rendersi conto di come lo studio creato dai fratelli Wanskolaser abbia avuto un ruolo determinante nel plasmare l´immaginario del pianeta. Sin dai primissimi anni, Harry, Albert, Sam e Jack compresero che Hollywood sarebbe diventata la “fabbrica dei sogni”, e interpretarono meglio di ogni altro la duplice anima di questa definizione, intuendo che la solidità industriale avrebbe garantito i risultati artistici e perfino la libertà espressiva degli autori: basta pensare a Stanley Kubrick, che realizzò gran parte dei suoi film grazie alla Warner. Tuttavia, la storia di questo impero è stata turbolenta e spesso a rischio di fallimento. Il primo, enorme indebitamento con le banche venne riscattato negli anni Venti grazie a un cane: fu l´enorme successo di Rin Tin Tin a salvare lo studio dalla bancarotta. Jack Warner soprannominò l´animale «il salvamutui» e gli assicurò uno stipendio di mille dollari a settimana, oltre a un autista e a uno chef privati.
Sono gli anni in cui comincia l´irresistibile ascesa di Darryl Zanuck, il capo della produzione che mise sotto contratto John Barrymore e puntò come regista su Ernst Lubitsch. Grazie al successo di questi due formidabili talenti, la Warner ottenne robusti finanziamenti da Wall Street, ma la svolta determinante si ebbe nel 1926, quando lo studio decise di puntare sui film sonori, nonostante l´opposizione di Harry, che nel corso di una riunione urlò: «Ma chi diavolo credete che voglia sentire gli attori parlare?». Venne messo in minoranza, e lo studio produsse Il cantante di jazz, ma Sam morì il giorno della prima e nessuno dei fratelli assistette al trionfo che avrebbe cambiato la storia del cinema.
Il libro è soprattutto una raccolta di immagini indimenticabili: si va da Casablanca a Capitan Blood, da Yankee Doodle Dandy ai musical di Busby Berkeley, del quale viene raccontato lo straordinario talento coreografico ma anche l´incidente nel quale, guidando ubriaco, uccise tre persone. Non meno evocativa la serie dei ritratti delle star che fecero la fortuna della casa: Bette Davis, James Cagney, Humphrey Bogart, Cary Grant… Se le scelte produttive furono demandate a Darryl Zanuck, quelle operative rimasero nelle mani dei fratelli: fu Jack, ossessionato dalla riduzione dei costi (spegneva personalmente tutte le luci degli stabilimenti), a decidere di licenziare Douglas Fairbanks Jr, mentre Harry mise sotto contratto Michael Curtiz.
Dopo essere sopravvissuta anche a un incendio, la Warner si specializzò in film di gangster, in netta opposizione all´escapismo dei musical della Mgm. Si trattava come sempre di scelte economiche, ed è una definizione a dir poco romantica quella di «working class studio». Tuttavia è vero che molti film avevano un´attenzione particolare agli aspetti sociali, un approccio realistico e una concezione amara della vita. Schickel arriva a scrivere: «Nei film della Warner l´eroe generalmente muore, o quanto meno viene marginalizzato o disprezzato dalla società perbene».
Negli anni a venire furono realizzati una serie di capolavori che rivoluzionarono l´industria dall´interno, rimanendo fedeli ai criteri della fabbrica dei sogni: Sentieri selvaggi di John Ford, o Cocktail per un cadavere di Alfred Hitchcock. E film che sconvolsero la cultura dell´epoca, grazie anche a interpretazioni immortali: Gioventù bruciata con James Dean, e Un tram che si chiama desiderio con Marlon Brando.
Il libro minimizza il momento in cui Jack emarginò brutalmente Albert e Harry, e non dà molto spazio alle battute politicamente scorrette che lo resero celebre in vecchiaia («un tempo ero a capo di uno studio, ora sono solo un vecchio ebreo ricco»), privilegiando invece la sua capacità di valorizzare talenti diversissimi, spesso controcorrente: in pieno Sessantotto la Warner diede fiducia a Sam Peckinpah finanziando Il mucchio selvaggio, e tre anni dopo approvò la difficile scommessa di Arancia meccanica. Specie in quel periodo le pellicole riflettono sensibilità artistiche e anche ideali politici opposti: è così per La rabbia giovane di Terrence Malick e Dirty Harry di Don Siegel; per Un tranquillo weekend di paura di John Boorman e Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet. La Warner comprese l´importanza di alternare generi diversi, dando spazio al cinema d´autore (nel giro di poco tempo uscirono L´esorcista, Ma papà ti manda sola? e Mean Streets) e finendo per risultare la major in grado di assorbire meglio la fine dello “studio system”.
Negli anni in cui i registi reclamavano indipendenza espressiva, la Warner iniziò una collaborazione artistica, tuttora viva, con Clint Eastwood, all´epoca un´incognita come regista. Nella lista dei grandi film degli ultimi decenni si stagliano operazioni rischiose quali Blade Runner e Sweeney Todd, ma ancora una volta colpisce la capacità di imporre un approccio puramente industriale riuscendo a creare riferimenti, miti e sogni. Mentre veniva stretto un sodalizio artistico con George Clooney, seguito anche nelle operazioni più arrischiate, la Warner si specializzava in franchise dallo sbalorditivo successo: Superman, Matrix, Harry Potter e Batman, riuscendo in quest´ultimo caso anche a fare del grande cinema.

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“Lo spirito di Bogart è rimasto qui”

CLINT EASTWOOD

Arrivai alla Warner Bros nel 1971 per girare un film, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo. Iniziò così un rapporto che continua ancora oggi; nel 1976 la mia squadra di produzione si trasferì in una villetta in stile ispanico (che chiamavamo “The Taco Bell”). Oggi, trentadue anni dopo, siamo ancora lì: a destra, rispetto al portone d´ingresso, c´è il vecchio edificio degli scrittori; appena fuori dalla porta sul retro, dove c´era il vecchio campo da tennis degli studi, oggi c´è un giardino. Da lì si possono vedere le finestre dalle quali Jack Warner teneva d´occhio tutte le attività che si svolgevano negli studi cinematografici: in particolare, quegli irritanti scrittori che egli sospettava sempre di non fare nulla.
Credo di essere rimasto con la Warner Bros più a lungo di qualunque altro attore o regista della sua lunga storia, pur non avendo mai avuto un contratto a lungo termine. Siamo semplicemente passati da un film all´altro, fidandoci e apprezzandoci a vicenda. […] Ma per quanto mi riguarda, nel mio rapporto con gli studi conta anche un altro importante fattore: quella sensazione di storia vivente che respiro quando cammino tra le strade degli studi cinematografici. Qui si girano film dal 1926, quasi tre anni prima che la Warner Bros acquistasse la casa di produzione e si trasferisse da Hollywood a Burbank. Oggi, ciascuno dei trentaquattro studi di registrazioni reca una targa in cui sono elencati i titoli dei film che vi sono stati girati: da Casablanca a qualcuno dei miei. «Se queste mura potessero parlare», verrebbe da dire. Ma credo che, a modo loro, quelle mura parlino. A volte, mi sembra di sentir sussurrare qualche battuta dei dialoghi famosi che furono pronunciati per la prima volta dietro quelle pareti di stucco.
Succede la stessa cosa con i teatri di posa. Quello che si trova di fronte al mio ufficio era uno di quelli originali e la targa affissa alla parete ci informa che lì furono girate le scene di film come Quarantaduesima Strada, Sogno di una notte di mezz´estate, Mildred Pierce, La Furia Umana e di molti altri. Brownstone Street, che si estende tra la mensa e lo Stephen J. Ross Theater (il tuo film non risulta mai così bello come quando lo proiettano in quel bel cinema), risale al 1929. Fu proprio in uno dei suoi atri che Humphrey Bogart sparò a Edward G. Robinson, in Le belve della città, del 1936. Qui erano stati allestiti anche gli esterni dell´appartamento di Murphy Brown. Dietro l´angolo si può vedere la libreria in cui Humphrey Bogart sedusse Dorothy Malone (o avvenne il contrario?) nel Grande Sonno. A qualche centinaio di metri c´è la facciata di una casa costruita per Delitti senza castigo, che fu anche la casa in cui James Dean viveva in La Valle dell´Eden.
Oggi, se entrate in uno degli altri edifici, troverete quello che credo sia il più grande magazzino di costumi che ci sia al mondo: centinaia di migliaia di capi, tutti scrupolosamente suddivisi per epoche storiche, sulla fodera di alcuni dei quali è stata cucita una targhetta con il nome di Bogart o di Cagney o di Bette Davis, per indicare l´attore che li usò per la prima volta. Se si individua un costume che ha quella targhetta, lo si mette da parte per l´archivio degli studi. Non molto lontano c´è un magazzino di tendaggi in cui è possibile trovare la stoffa utilizzata per The Jazz Singer (Il cantante di jazz). In quello stesso magazzino si possono trovare gli arredi scenici usati per i film che risalgono ai primi anni di attività della Warner. Nessun altro studio cinematografico attinge altrettanto dal proprio passato per dare forma al presente e all´inarrestabile futuro.
Sì, naturalmente ora gli studi dispongono di nuove strutture. Tuttavia, il nucleo di questa attività continua a collocarsi nel suo centro fisico, molti elementi del quale risalgono a parecchi decenni fa. A volte si sente parlare del dna della Warner: qualcosa di indefinibile e tuttavia palpabile che informa di sé i film che continuiamo a produrre qui. È un´idea romantica e indimostrabile. Eppure, sappiamo che questi studi hanno custodito il proprio passato meglio di chiunque altro.

Reprinted by permission from the book
You Must Remember This: The Warner Bros Story, ed. Richard Schickel and George Perry. Published
in the United States by Running Press
(www.runningpress.com), a member of the Perseus Books Group. Copyright ? 2008

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