Dalla rassegna stampa Teatro

Castri e la visione di Pasolini

Porcile Bello spettacolo, ma ormai suona datato quel sarcasmo così puritano

Recensendo Porcile di Stanislas Nordey nel 1999, un’edizione di straordinaria asciuttezza della tragedia di Pasolini, scrivevo che la questione del testo era il «problema tedesco». In Porcile si rappresenta il conflitto tra padre e figlio nel contesto del miracolo economico: un industriale fabbricante di cannoni si allea con un industriale ex nazista che produce beni di consumo e che, non bastasse (poiché Pasolini voleva mettere sempre tutto, tutto insieme), colleziona crani di bolscevichi russi ebrei.
Con la consueta acutezza critica Massimo Castri osserva come Pasolini tendesse a spostare i problemi, anzi a mitizzarli. Non voleva affrontare il suo vero e personale problema. Così lo ingigantiva, non era lui l’unico colpevole, macchiati d’una qualche colpa lo erano tutti. Da questa ambiguità, o meglio oscurità, discendono le altre; di qui discende la clamorosa, irrimediabile bruttezza della tragedia. Di solito questa parola, bruttezza, non si usa. Si è più delicati. Si allestiscono eufemismi. Pasolini, essendo Pasolini, una specie di santo laico, è in special modo mondato di tutte le colpe, vere o presunte (era lui a ritenere se stesso colpevole della propria diversità). Ma colpevole, o comunque in errore, è anche il recensore del 1999. A causa dell’allestimento di Nordey, aveva preso sul serio l’idea di una critica del miracolo economico tedesco, che i porci siano i capitalisti. Ma ora che questo bubbone non c’è più, e che il bersaglio di Castri è, come sempre, la critica del testo, si vedono bene due cose. Primo, il vero tema è appunto la vergogna del figlio, e il suo tragico destino. Egli ama i maiali, cioè non le donne ma gli uomini, un tipo di amore che ritiene lurido, maialesco. Secondo, questa vicenda è rappresentata con un linguaggio che più volte sfiora il ridicolo. Come non me ne accorsi nel 1999? Mi piaceva quell’idea che il figlio sia «né ubbidiente né disubbidiente»; e mi piaceva che Pasolini, mettendo l’osservazione in bocca al padre, rendendola cioè sarcastica, criticasse l’idea che durezza e tenerezza, cannoni e beni di consumo, convivessero. Ma perché la tenerezza (del figlio) non potrebbe convivere con la durezza (del padre)?
Oggi, il puritanesimo di quel sarcasmo mi sembra particolarmente fastidioso. Ma ancor più repulsivi sono il didascalismo e il lirismo di Pasolini. Dice il protagonista Julian: «Non vengo a Berlino / a fare il buffone con dei cartelli / che oppongono terrorismo di giovani borghesi / a terrorismo di vecchi borghesi». Ida, da lui respinta, confessa a Julian di amare un bel ragazzo: «il suo riformismo è pulito / come i suoi occhi». Si può scrivere una frase così ridicola? Ma al colmo di tutto c’è lo spettacolo.
Perché Castri lo ha fatto? Mettere a nudo la fasullaggine di Porcile era per lui un affare di vitale importanza? Pasolini — non ne abbiamo abbastanza per accantonarlo, per lasciarlo riposare? Il suo teatro non è diverso da quello di Ugo Betti o Diego Fabbri, e qualunque esercizio critico sembra superfluo. Anzi, più lo spettacolo è bello, peggio vanno le cose. Sì, lo spettacolo di Castri è ben confezionato; quel bel prato verde-luccicante con quei fiori grandi e colorati è suggestivo, e gli attori sono bravi. Ma con ciò? Non è un’aggravante? Poi, esso non è solo lodevole. È anche atrocemente statico. Ed è atrocemente ambiguo. Il sarcasmo corre lungo le quasi due ore. Ma quel finale triste e quasi patetico, cui il regista non ha saputo rinunciare, non rappresenta, in una lettura che si vuole critica, una complicità con il drammaturgo?

Porcile
di Pasolini / Castri
Teatro Argentina di Roma In scena Una scena di «Porcile» diretto da Massimo Castri

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.