Dalla rassegna stampa Cinema

Gus Van Sant: «Grazie ad Harvey Milk ho deciso di fare outing»

Il nuovo film Interpretato da Sean Penn racconta la storia del primo omosessuale dichiarato a essere stato eletto a una carica politica «Diceva che i pregiudizi esisteranno finché i gay si vergogneranno»

Filo rosso

…. Francesca Scorcucchi da Los Angeles intervista Gus Van Sant su «Milk», il suo nuovo film che ha come protagonista il primo omosessuale dichiarato ad essere eletto ad una carica politica, poi ucciso. «I pregiudizi contro i gay esisteranno finche questi continueranno a nascondersi e a vergognarsi della propria omosessualità. Questa era la teoria di Milk, che ebbe molta presa sulla comunità gay. Io stesso feci outing dopo il suo omicidio». Sarà senz’altro il prossimo film nel pacchetto acquisti di RaiDue…

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Gus Van Sant parla del suo nuovo film, «Milk», che racconta la storia di Harvey Milk, il primo politico gay dichiarato. «Grazie al suo esempio – confessa il regista di “Paranoid Park” – anch’io ho fatto outing».

Peccato che Milk sia uscito nelle sale americane solo il giorno dopo le presidenziali che, in California, prevedevano anche il voto per la Proposition 8. Per chi crede nella forza comunicativa dell’arte, forse quel giorno di ritardo ha fatto la differenza nel voto sul referendum che ha bandito la legge che dal giugno scorso consentiva il matrimonio fra coppie dello stesso sesso nello Stato dell’ovest. Il film infatti racconta una storia simile, con opposto esito. Milk è il nuovo film di Gus Van Sant, su Harvey Milk, il primo omosessuale dichiarato ad essere stato eletto ad una carica politica: fu consigliere comunale a San Francisco negli anni Settanta. La grande battaglia politica di Milk si consumò poco prima della sua morte quando, erano la fine degli anni Settanta, intraprese una potente e colorata campagna contro la Proposition 6, che avrebbe impedito agli omosessuali di poter continuare a insegnare nella scuola pubblica. Vinse quella sfida, ma Harvey Milk non fu in grado di godere i frutti della sua vittoria. Il 27 novembre 1978 venne ucciso, insieme al sindaco di San Francisco George Moscone, da un altro consigliere comunale, Dan White.
È da almeno una decina d’anni che Gus Van Sant, il regista di Elephant e Will Hunting, genio ribelle, tenta di raccontare questa storia. Quando stava per rinunciarci, finalmente il progetto ha preso forma: Sean Penn è entrato a far parte del cast nei panni del protagonista (interpretato con il solito suo talento), e Gus Van Sant si è trovato a San Francisco, nel quartiere di Castro che ancora oggi ospita una delle più grandi comunità gay degli Stati Uniti, a dirigere il premio Oscar per Mystic River, insieme ad un cast tutto al maschile: James Franco, Josh Brolin (nei panni dell’assassino Dan White), Emile Hirsch e Diego Luna, in una pellicola indipendente, costata poco più di 25 milioni di dollari, ma per la quale in molti già sentono profumo di Oscar.
Gus Van Sant, perché ha voluto raccontare la storia di Harvey Milk?
«Milk aveva una teoria: i pregiudizi contro i gay esisteranno finchè questi continueranno a nascondersi e a vergognarsi della propria omosessualità. Fu un pensiero che ebbe molta presa sulla comunità gay, io stesso feci outing dopo che Milk venne ucciso».
Lo conosceva?
«No, seppi di lui solo dopo l’attentato, ascoltai la notizia alla radio. Parlava della morte del sindaco di San Francisco e di un consigliere comunale gay. Niente di più. Mi informai e conobbi Milk».
I pregiudizi sugli omosessuali esistono ancora…
«Vero, ed è perché ci sono e ci saranno sempre, persone che mai e poi mai, in tutta la loro vita, riusciranno ad ammettere di essere gay».
È per questo che il fronte del no alla Proposition 8 in California ha fallito?
«Ne sono convinto. Il matrimonio era l’ultimo bastione. Era un punto di arrivo legale, sentimentale, era un gesto cerimoniale e un simbolo religioso. Non siamo ancora abbastanza progrediti, però un po’ di strada è stata fatta e la battaglia di Milk è stata importantissima».
In pratica portò alla luce del sole un tabù, privandolo così dell’aspetto sinistro.
«Il suo merito è stato proprio quello di mostrarsi, di dire al mondo: “Questo sono io e sono gay”, così fece capire che era gente come lui, inoffensiva, che stava per essere ferita da una legge ingiusta come quella della Proposition 6».
Sin dalla prima bozza di progetto, dieci anni fa, lei pensò a Sean Penn nel ruolo del protagonista.
«Ci sono pochi attori al mondo capaci di trasformarsi in un personaggio così forte e con un carisma del genere. Sean è uno di quelli».
Però nel ruolo dell’assassino Dan White aveva pensato a Tom Cruise.
«Mi disse di no perché era sul set di Eyes Wide Shut. Anche questa volta ne abbiamo parlato ma alla fine non se ne è fatto nulla. Josh Brolin, d’altra parte, è perfetto».
Il film porta avanti anche la teoria che lo stesso Dan White fosse gay.
«Era la teoria dello stesso Milk. Nelle due settimane che precedettero la sua morte, Harvey ne parlò con parecchie persone: quegli attacchi, diceva, erano la causa del suo essere gay e represso. Noi ne parliamo nel film, ma è solo un’ipotesi avanzata da Milk».

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L’elefante e la scimmia sulla schiena

Uno dei grandi pregi di Gus Van Sant è che non parla degli adolescenti. Non giudica. Li osserva, li avvicina, li annusa, si ritrae, si riavvicina, forse ricorda di quando era adolescente, ce li descrive. A volte lo fa con piglio antropologico, altre con uno sguardo compassionevole. Di adolescenza, dei suoi buchi neri e delle sue altezze, il regista si è occupato spesso, quasi sempre, nei suoi film. Fin dal primo, «Drugstore cowboy», quasi un documentario sulla tossicodipendenza. Emblematici in questa sua «partecipazione distante» al mondo dell’adolescenza sono «Elephant» e «Paranoid Park». Nel primo Van Sant riesce a darci un senso di vicinanza e allo stesso tempo di estrema distanza solo grazie all’uso della macchina da presa che usa come una scimmia sul corpo dei ragazzi: addossata sulle loro spalle, li pedina , quasi li avvolge, sembra volerli toccare, e dà in questo modo allo spettatore la sensazione di essere così vicini e così lontani insieme. Il mondo dei ragazzi, nei suoi film, è un mondo isolato dagli adulti («pensano solo ai soldi», dice uno in «Paranoid Park») un mondo che rimane ai confini delle possibilità di comprensione adulta. La solitudine degli adolescenti per Van Sant è lancinante ma inevitabile. Come può dire la sua colpa il protagonista di Paranoid Park? Lo scrive, solo, all’aperto. E, una volta ultimato il racconto, lo brucia.

Stefania Scateni

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Filmografia

Gus Van Sant (Louisville, 1952) ha vinto l’Oscar nel 98 per la migliore regia con «Will Hunting», il premio per la miglior regia e la Palma d’Oro a Cannes 2003 per «Elephant» e, con «Paranoid Park», il Premio speciale per il 60° Festival di Cannes e per l’insieme dell’opera. Ha esordito nel 1987 con il lungometraggio «Mala Noche», e nel 1989 ha diretto «Drugstore Cowboy». Sono seguiti «Belli e dannati» (1991) e «Cowgirl – Il nuovo sesso» (1993), adattamento di un romanzo psichedelico-femminista di Tom Robbins. E, ancora: «Da morire» (1995), «Will Hunting – Genio ribelle» (1997), «Psycho» (1998), «Scoprendo Forrester» (2000), «Gerry» (2002), «Elephant» (2003), «Last Days» (2005), «Paranoid Park» (2007) e «Milk» (2009).

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E in cantiere un’opera sulla vita di Ken Kesey

Van Sant torna sul tema a lui caro delle droghe. Sta infatti lavorando a un nuovo film, «Electric Kool-Aid Acid Test», un adattamento del romanzo sulla vita di Ken Kesey, «padre» degli Acid Test e autore di «Qualcuno volò sul nido del cuculo». La storia è un «on the road» per le strade d’America, di un gruppo di amici che a bordo di un pulmino macinano chilometri e acidi. Lsd e finestrini aperti, mescalina e asfalto. Sono sia beat che hippie e anche nessuno dei due. Del cast non si sa ancora nulla, si dice che il film potrebbe uscire il prossimo anno.

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