Dalla rassegna stampa Teatro

Gli incubi di Pasolini e la Germania del boom

Al Teatro Argentina “Porcile”, il cupo testo dello scrittore in una interessante messinscena firmata da Massimo Castri

ROMA

Pier Paolo Pasolini continua a turbarci anche in teatro ogni volta che si ripresenta una di quelle sei tragedie scritte nel 1966 sulla scia di una malattia e destinate a essere riscoperte a distanza dalla nostra scena, a volte dopo che l´autore ne aveva tratto un film, usato per arricchire il materiale dei suoi testi complicandolo. Ed è il destino che toccò nel 1969 a Porcile, aggiungendo in questo caso la figura di un siculo assassino cannibale nell´ambientazione tedesca della storia. Il testo, ricreato da Massimo Castri per il Teatro di Roma, ci conduce nella Germania del boom neocapitalista erede del Terzo Reich, dove alla fine si evocherà il fantasma di Spinoza per risolvere la situazione. Ma si tratta del momento oggi più debole del testo, anche se decisivo, quello in cui il filosofo, costretto a un ruolo di professore, abdica alla ragione a profitto dell´emozionalità del protagonista, il giovane Julian, che qui, nel felicissimo inizio della serata, vediamo giocare da ragazzo (inutilmente corteggiato dalla coetanea Ida di Corinne Castelli), nell´immagine di Antonio Giuseppe Peligra, “né ubbidiente né disubbidiente”, guardato come un enigma dal padre, rinnovando il tema di Affabulazione e Teorema, in un rovesciamento del fato di Edipo. Ma il destino di questo Julian è più misterioso e cupamente sublime, come si intuisce nel monologo di lode alla vita in cui però non svela l´attrazione fisica per i maiali che lo divoreranno. Massimo Castri, di ritorno a Pasolini dieci anni dopo la geniale lettura di Orgia, chiede a Maurizio Balò di approntargli un altro prato verdissimo e luminoso su cui si drizzano dei fiori un tantino mostruosi, su cui i ragazzi giocano e i genitori si agitano preoccupati soprattutto del loro buon nome, quando non congiurano con loschi complici nazi esperti di sevizie da lager, prima di ricevere il professor Spinoza, in attesa che certi complici si travestano da maiali, rendendo chiaro il significato umano e politico del titolo con una mossa illuminante che Pasolini avrebbe probabilmente messo in discussione ma che restituisce al testo quell´efficacia a volte messa in dubbio da certi compiacimenti un po´ datati della scrittura. E alla bella serata dà lustro l´immediatezza convinta ed efficacissima di tutto il complesso di cui vanno ancora citati almeno Mauro Malinverno, Milutin Dapcevic, Paolo Calabresi e Ilaria Genatiempo.

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