Dalla rassegna stampa Cinema

Le relazioni umane in tempi molto precari

FESTIVAL Fra Mannheim e Heidelberg, si accendono gli schermi emergenti La rassegna internazionale che si tiene fra le due città a cento chilometri a sud di Francoforte… La seconda menzione è per Beautiful Crazy di Chi Yuan Lee (Taiwan), delicata sinfonia per immagini e emozioni dai suoni …

FRANCOFORTE

La rassegna internazionale che si tiene fra le due città a cento chilometri a sud di Francoforte, è dedicata alle opere prime e seconde e punta su una cinematografia giovane. Il Gran premio della giuria è stato assegnato al film argentino «Lluvia» di Paula Hermandez, mentre il riconoscimento intitolato a Fassbinder è andato «Un roman policier» della francese Stéphanie Duvivier

Sogni di vita. Da tutto il mondo era il sottotitolo già di per sé eloquente dello spirito che regnava nell’edizione numero 57 del Filmfestival internazionale di Mannheim-Heidelberg svoltosi tra le due città a 100 km a sud di Francoforte dal 6 al 16 novembre. Dedicato a opere prime e seconde è il festival del cinema giovane che già nei lontani anni sessanta aveva scoperto i vari Fassbinder, Reitz, Wenders, Kluge, ma anche Truffaut e Kieslowski, quando tra i giurati figuravano Fritz Lang e Theodor W. Adorno. L’attuale direttore Michael Koetz (lo è dal 1991) ci racconta che erano giunti ben 700 titoli quest’anno da cui sono stati selezionati 18 per il concorso e altri 14 per le «scoperte internazionali». 32 film interessanti per temi e scrittura, alla ricerca di forme e innovazioni al di là di meri contenuti per creare atmosfere audio e visive che restituiscano in modo singolare e personale esperienze e ideali di vita, amore e politica, responsabilità sociale e liberazione sessuale, lavorando con e sul tempo e rispecchiarli condensati poeticamente nelle durate dei vari film. Accanto al gran premio che la giuria (composta dal regista tedesco Edgar Reitz, la promoter finlandese Jaana Puskala, la – unica – distributrice donna russa Raisa Fomina, il produttore canadese Martin Paul-Hus e il vicedirettore della sezione cinema di Arte, Alexander Bohr) ha consegnato al film argentino Lluvia di Paula Hernandez, ambientato come dice il titolo sotto la pioggia e girato quasi per intero all’interno di una macchina ferma in un ingorgo, c’è un premio speciale per il miglior esordio dal punto di vista drammaturgico dedicato al cineasta che più di ogni altro era stato forza motrice del cinema tedesco fino alla morte improvvisa nel 1982 lasciandoci il radicale Querelle: il premio Fassbinder 2008 è per la francese Stéphanie Duvivier che in Un roman policier gioca sottilmente con e contro le regole del genere poliziesco. Un altro premio consiste nel segnalare uno o due titoli ai distributori in Germania (scelgono rappresentanti degli esercenti): usciranno dunque nelle sale tedesche Borderline della canadese Lyne Charlebois, ritratto delicato di una donna ai margini della vita che lotta per ritrovare amore e rispetto per se stessa, e 14 Kilometros dello spagnolo Gerardo Olivares sulla terribile odissea affrontata da innumerevoli emigranti neri nella speranza di approdare sulle coste dell’Italia o della Spagna, come in questo caso. Tre giovani nigeriani, due fratelli e una donna, attraversano dapprima il deserto fino al confine con l’Algeria, poi con il Marocco per finalmente arrivare sulla barca, grazie al pagamento di una somma per loro altissima, in euro. Il film vive dell’atmosfera angosciante da un lato e volutamente grottesca e ironica dall’altro, creata con immagini potenti e (troppo) fascinose che a momenti urlano dolore e sofferenza, in altri l’impotenza nonché l’assurdità in varie situazioni, con un alto grado di astrazione. Peccato che viene meno la relazione umana tra i personaggi e nello sviluppo narrativo che, a dire del regista, si basa su racconti veri e su esperienze vissute indirettamente da parenti e amici degli attori non protagonisti raccolti per strada (i quali con il compenso vivono oggi vite più decenti nei loro luoghi d’origine). Sebbene accolto con entusiasmo, il numeroso pubblico che ha affollato le sale nelle due città gli ha preferito Amenecer de un sueño di Freddy Mas Franqueza, ancora dalla Spagna, accordando il premio a questa fiaba mitologica contemporanea su abbandono, malattia e la forza di ritrovare lo spirito per vivere, da giovani e da vecchi. Infine le menzioni speciali, una al film indiano Bioskope di K.M. Madhusudhanan, pittore e cineasta originario del Kerala che con finezza e lucidità narra l’arrivo del cinema in India negli anni venti/trenta, facendosi lucida riflessione sulla storia del colonialismo vero (in episodi narrati di tortura ai tempi degli inglesi) e nel cinema attraverso brani dalle vedute dei fratelli Lumière e dal Dottor Caligari di Wiene a confronto con lo sguardo degli indiani, affascinati dalle ombre realistiche ma scettici riguardo il potenziale ipnotico pari alle loro magie. Sappiamo chi ha vinto, Bollywood produce tuttora centinaia di film. La seconda menzione è per Beautiful Crazy di Chi Yuan Lee (Taiwan), delicata sinfonia per immagini e emozioni dai suoni elettrici con prospettive visive insolite su relazioni d’amore e d’affetto tra adolescenti, maschi e femmine, e i loro padri, tutti prodotti di una società alienata e alienante dove la natura è rimpiazzata dall’artificio, anche nelle stesse immagini deformate e decolorate con frequenti interventi sonori spiazzanti nell’off. La storia è semplice: Xiao-Bu litiga con l’amica Angel per una sigaretta, Ah-mi va a letto con l’amico di Xiao-Bu, la quale a sua volta seduce Ah-mi nella vasca vuota di una piscina. Il cerchio si chiude con la relazione del padre di Ah-mi con Angel. E’ la scrittura a farsi intrigante con spostamenti progressivi nell’incatenare le sequenze narrative e incastri da scatola cinese che creano un vivido caleidoscopio tra desiderio, caos emotivo e strati di memoria, dove si preferisce l’amnesia alla consapevolezza politica, rappresentata nella figura del padre di Angel, ex lottatore catatonico seduto con sguardo fisso davanti alla finestra spalancata sul vuoto di una zona industriale: noi vediamo i suoi ricordi degli scontri con la polizia coperti dal suo russare nell’off e intervallati dai disperati tentativi della figlia di farsi notare. Impossibile. I corto circuiti narrativi, mentali e emozionali culminano nella ribellione delle ragazze contro scarpe firmate e vitamine nel cibo, I-pod e smalto per unghie, per sciogliersi in una danza sensuale che festeggia l’amore al femminile. Girato a Taipei (Lee vi insegna alla scuola delle arti) è un film su tempo, amore e memoria dove recitazione e esperienza personale si fondono in un tutt’uno.


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