Dalla rassegna stampa Cinema

Roma 2008 - Intrigante «Easy Virtue» di Stephan Elliott

Scene da un matrimonio molto british. Con cattiveria. …Easy Virtue è una miscela sapiente di teatralità e iconografie codificate: paesaggio inglese, Europa contro America, riti sociali, tipologie umane che Elliott (anche sceneggiatore insieme a Sheridan Jobbins) come in Priscilla scompiglia con …

IN CONCORSO
ROMA
La pioggia batte sul tendone Ikea, lo schermo ondeggia col vento, i colori sono distorti, il suono si perde nel rumore violento del nubifragio che cade su Roma. Il film in gara di Joao Botelho, A corte do Norte è magnifico, e resiste anche a una proiezione (stampa) così disastrosa. Il festival non più festa, come nelle intenzioni della nuova presidenza di Gianluigi Rondi, forse era meglio che restasse «festa», riuscita nei suoi intenti di richiamare intorno a un evento persone molto diverse, non solo addetti ai lavori o cinefili ma anche chi al cinema va poco e all’Auditorium meno che mai – «È irriconoscibile» dice sorpreso un amico che lo frequenta soltanto per i concerti di Santa Cecilia. Festival però no, e non è questione di «progetto», anzi il fatto che non ce ne sia uno a organizzare le diverse sezioni poteva persino suonare interessante di fronte all’affanno progettuale dei grandi festival sempre più in difficoltà a mettere in piedi una macchina festivaliera organizzata, nell’offerta qualitativa e soprattutto nella tensione degli immaginari. La manifestazione romana inoltre è giovane, la festa dunque andava bene nell’attesa di arrivare a un assetto più preciso.
Però festa o festival che sia ci sono cose intollerabili. Proiezioni come quella che si diceva, l’informità del cartellone per cui non si sa mai cosa c’è dove e perché, e questo non è assenza «inventiva» di progetto, sembra piuttosto un’afasia rispetto ai film scelti che il festival (festa) non sostiene, se non quelli già «garantiti», pronti a planare in sala quasi in simultanea, con distributori/produttori mediaticamente forti.
Ecco perché non mi piace questa festa (festival) nonostante qualche bella sorpresa.
L’altra mattina, per caso, è stato Easy Virtue, il film di Stephan Elliott, il regista australiano di Priscilla, la regina del deserto, cosa che già basterebbe, nel cast ci sono Colin Firth, Kristin Scott Thomas e la (qui) biondissima Jessica Biel (Next di Tamahori). Il film inizia concentrando tutti i paradigmi possibili del genere, una commedia molto british con nobili inglesi senza un soldo, castelli, conversazioni futilissime, ricerche affannose di mariti. Il Vecchio mondo che si avvita su di sé tentando disperatamente di ignorare il trauma della prima guerra mondiale, e la fine di una crudele innocenza che non potrà più essere uguale. Nemmeno la signora Whittaker è più la stessa da dopo la guerra e il marito tornato dal fronte, prendendosi una lunga pausa nei bordelli francesi, per guardare il mondo e cancellare il senso di morte dei suoi uomini spazzati via da una granata. Lei invece si è inacidita, col cuore che va a a pezzi quando il figlio unico maschio annuncia il matrimonio in Francia con una donna né nobile né British. Insomma una prostituta. La coppia arriva, lei, Larita, al volante, altissima, sinuosa, bionda, pantaloni e sigaretta tra le labbra, sconvolge madre e sorelle, una bigotta, l’altra ossessionata dalla cronaca nera, conquistando invece il padre outsider.
Larita è nata Detroit, passione per le automobili e la velocità, passato oscuro ma non dark lady. Però anche lei non ce la fa contro l’osmosi del sistema nobile che manda in crisi la coppia, uccide la passione, fomenta ipocrisie e cattiverie.
Easy Virtue è una miscela sapiente di teatralità (la sceneggiatura si ispira alla pièce omonima di Noël Coward già portata su schermo da Hitchcock, Easy Virtue, 1927) e iconografie codificate: paesaggio inglese, Europa contro America, riti sociali, tipologie umane che Elliott (anche sceneggiatore insieme a Sheridan Jobbins) come in Priscilla scompiglia con umorismo, arguzia, e l’ironia necessaria a farli funzionare alla perfezione. Non c’è una battuta di troppo né un gesto, Elliott gioca col cinema, inietta il musical nella commedia sofisticata, «rubando» tocchi surreali e nerissimi dall’alfabeto dei Monty Python, la scena in cui Larita uccide involontariamente il microcane della Lady nascosto nei cuscini del divano, e il complotto coi camerieri per seppellirlo. La servitù che si da nomi poetici, beve di nascosto e sfoggia un perfetto «abito» inglese, e quel terremoto fantasioso che è Larita americana, Nuovo mondo libero, pacifista, contro la caccia, col piacere di danzare e fare l’amore.
Easy Virtue non è però solo una prova di abilità registica. Elliott scommette su raffinatezza, gusto, e spettacolarità, dissemina note eccentriche, e molto contemporanee, e usa il cinema con un bel senso di libertà. Cosa oggi assai rara.

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