Dalla rassegna stampa Libri

Sade, lo scandalo che divide ancora

Eros e morte Due saggi sul «divino marchese» mettono in luce aspetti opposti della sua personalità

Riccardo De Benedetti: anticipò Gulag e Lager. Paolo Mottana: un utopista

Radicalmente ateo e materialista, nemico di ogni virtù e cantore di ogni depravazione, capace di descrivere per pagine e pagine le pratiche sessuali più scabrose e le torture più efferate, il marchese Donatien Alphonse François de Sade è un autore che scuote i lettori nel profondo. Nato nel 1740, rinchiuso a lungo in carcere e morto in manicomio nel 1814, è pienamente immerso nella temperie illuminista, ma ne spinge il disincanto all’estremo, fino a demolire ogni umanesimo.
Ridiscusso a più riprese durante il Novecento — da André Breton come da Michel Foucault, da Georges Bataille come da Augusto Del Noce — il «divino marchese» rimane una presenza inquietante nel sottofondo della nostra cultura. Ma sulla sua collocazione ci sono letture divergenti, come dimostrano due volumi freschi di stampa. Riccardo De Benedetti, nel saggio La chiesa di Sade (Medusa, pp. 111, € 12) lo presenta come un anticipatore tanto delle tirannidi totalitarie quanto del capitalismo consumista. Paolo Mottana, nel libro
Antipedagogie del piacere: Sade e Fourier (Franco Angeli, pp. 165, € 15,50) ne valorizza invece l’aspetto dissacratore e radicale, accostandolo a un utopista come Charles Fourier.
«È un errore a mio avviso — dichiara De Benedetti al Corriere — ricondurre Sade a una visione positiva dell’erotismo. Ciò che domina un testo come Le 120 giornate di Sodoma,
così monotono e ossessivo da risultare nauseante, non è il godimento sessuale, ma la crudeltà. Non c’è alcuna dimensione reciproca nel piacere, che si manifesta solo in forma patologica, come potere assoluto sul corpo dell’altro, su vittime ridotte a puri e semplici oggetti. Nella filosofia di Sade, che rifiuta ogni idea di trascendenza e spiritualità, un uomo vale quanto un verme, per cui se ne può abusare senza limiti. Ma la sua concezione non è libertaria, bensì rigidamente gerarchica. I depravati che popolano le sue opere vengono sempre dalla nobiltà o dall’alto clero, oppure dalla più infame suburra, che in fondo è un’aristocrazia del crimine. Perciò mi pare legittimo vedere in lui un profeta di Auschwitz e del Gulag, luoghi dove l’arbitrio del potere ha raggiunto il massimo grado».
Un’interpretazione che non convince Mottana: «Certamente Sade rompe con la civiltà umanistica, distrugge il concetto stesso di persona, ci mette di fronte al lato oscuro del desiderio. Tuttavia, come sottolinea la curatrice delle Opere complete
sadiane Anne Le Brun, il suo è soprattutto un pensiero festivo, dionisiaco. Non è quindi votato prioritariamente alla morte e alla distruzione, semmai eleva a unico valore il godimento da ottenere ad ogni costo, senza alcuna remora etica, sprigionando un vitalismo assoluto. Dato che nei suoi scritti il forte infierisce sul debole, inteso come chi non riesce a reggere l’eccesso, alcuni vedono in Sade un antesignano del nazifascismo: si pensi al film Salò di Pier Paolo Pasolini, ispirato a Le 120 giornate di Sodoma. Però nella prospettiva sadiana non esiste una razza superiore: tutti gli uomini sono materia, sono parte della natura come le piante e le pietre, quindi sono soggetti alla stessa legge. È una morale svincolata da ogni preoccupazione storico- politica (se non per quanto attiene alla rottura con il quadro autoritario dell’epoca), che afferma l’assoluta provvisorietà dell’esistenza umana e invita ad approfittare dei piaceri che offre il mondo materiale. Quello del libertino è dunque, secondo Sade, il comportamento più razionale».
Qui emerge il tema del rapporto tra il «divino marchese » e l’attuale società consumistica, su cui insiste De Benedetti: «Oggi constatiamo che l’appello contro la repressione degli impulsi istintuali lanciato dal Sessantotto aveva una forte impronta sadiana. Tramontate le illusioni rivoluzionarie ed egualitarie, ormai della cultura prodotta dalla protesta giovanile è rimasta solo la liberazione sessuale, che però si dimostra perfettamente funzionale alla mercificazione dei corpi, spesso in chiave sadica, di cui la pubblicità fornisce esempi a bizzeffe. Non a caso molti sessantottini, a partire da Antonio Ricci, hanno fatto carriera nella televisione e nel marketing. Basta navigare su Internet per accorgersi del peso enorme che ha Sade nell’immaginario contemporaneo».
Mottana dissente: «Al di là delle apparenze, non mi pare proprio che la società attuale sia dedita principalmente al piacere carnale e comunque non certo in una prospettiva sessantottina. Non vedo un tripudio di corpi votati alla dissipazione del godimento, come nelle opere di Sade, ma una massa di corpi messi al lavoro, votati alle esigenze delle produzione secondo la logica del profitto pecuniario. Nell’universo sadiano invece il denaro non ha grande importanza: nessuno compra o vende nulla, non ci sono regole. Al contrario oggi tutto è minuziosamente normato, contraffatto, con un notevole ritorno ai valori tradizionali: famiglia, autorità, religione. Tendenze lontanissime dal vitalismo di Sade come dalle aspirazione libertarie, rimaste irrealizzate, del Sessantotto».


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