Dalla rassegna stampa Cinema

Ritmo lento in "Un giorno perfetto"

…non convince sotto vari punti di vista: è un film con un ritmo molto lento, la sceneggiatura – nonostante la firma importante di Sandro Petraglia – e i dialoghi sono deboli, il linguaggio a volte sembra scivolare nel terreno della fiction nazional popolare…

Ferzan Ozpetek a un anno di distanza da Saturno contro torna sugli schermi con un’altra pellicola dal titolo Un giorno perfetto – come la celebre canzone di Lou Reed, colonna sonora di Trainspotting. La locandina del film – volutamente didascalica – rappresenta una famiglia apparentemente perfetta e quindi vuole comunicare, come del resto il titolo, un messaggio straniante, deviante rispetto a quello che sarà l’evolversi tragico della storia.

La ripresa di un romanzo
Per la prima volta il regista turco firma la regia di un film tratto da un romanzo, quindi una storia non scritta direttamente da lui. Ho letto il libro di Melania Mazzucco: che non mi ha esaltato però, come quasi sempre accade, mi ha fatto vivere più intensamente la vicenda (anche se, a mio modesto parere, l’analoga operazione di Caos Calmo, ossia la trasposizione del romanzo di Veronesi nella pellicola di Grimaldi, è sicuramente più riuscita e in quel caso ho amato più il film del libro).

Senza lacrime
Un giorno perfetto di un’ossessione profonda, di impulsi devastanti, quasi alla maniera di una tragedia greca. Ma alla fine il film appare talmente tutto studiato a tavolino e orchestrato in maniera fredda e schematica che finisce quasi paradossalmente per non commuoverti. Ozpetek ha voluto dare al film un taglio autoriale alla Téchiné o alla Haneke e nel rinunciare alla sua personale maniera di rappresentare ha forse spogliato la pellicola di autenticità. Se c’è un filo rosso che lega questo film ai suoi altri lavori del passato è sicuramente la centralità che viene data alla figura della donna: quella di Ozpetek è spesso una celebrazione delle donne orgogliose e tenaci rispetto agli uomini caratterizzati sempre come individui più deboli e incapaci di reagire.

La trama è molto scarna
Emma (Isabella Ferrari) e Antonio (Valerio Mastandrea) sono ormai separati da un anno, lui non ha ancora accettato la separazione e non si rassegna all’idea di poter un giorno riunire il nucleo familiare. Hanno due figli, Kevin e Valentina. Emma dopo la separazione è andata a vivere dalla madre (Stefania Sandrelli). Parallelamente assistiamo alla vicenda Maja (Nicole Grimaudo) che è infelicemente sposata con il deputato Fioravanti (il bravo Valerio Binasco) del quale Antonio è autista.

Un cast variegato
Per quanto riguarda il cast tutti i personaggi sono rappresentati diversamente da come vengono descritti nel libro: più di tutti il personaggio di Emma che non appare mai eccessivamente volgare o provocante come si percepisce dal libro e anche da alcuni dialoghi del film. Forse sarebbe stato più giusto scegliere un abbigliamento e un modo di porsi diverso per renderla più seducente o sensuale: ciò anche per sottolineare maggiormente l’ossessione e lo sbocco nella follia d’amore che il marito avrà e che sembra quasi del tutto immotivata. Insomma sembra non essere chiara l’evoluzione che dovrebbe caratterizzare il personaggio di Antonio/Mastandrea.

Bimbi speciali
Ma il problema non è degli attori, quando non sono aiutati dallo scritto: Mastandrea non ha assolutamente perso questa sfida di cimentarsi in un ruolo difficilissimo e anche la Ferrari è molto intensa, come sempre del resto. Tutti i bambini sono eccezionali, riescono sempre a conquistarti con la loro spontaneità e naturalezza, soprattutto Nicole Murgia (che modestamente abbiamo lanciato io e mio fratello con la nostra società di produzione: ora è felicemente maturata e sono contenta per lei). Infine una Stefania Sandrelli stupenda, come sempre ironica, dolce e materna. Insomma, a tratti il film purtroppo non rende fluida la visione poiché sembra porsi come cinema autoriale ma purtroppo alla resa dei conti si tratta di un’occasione mancata per il regista turco.

Tra l’ostentazione e la citazione
Aleggia in tutto il film una tecnica ostentata, fatta di citazionismo estremo Haneke per le inquadrature fisse senza attori che entrano e escono dal quadro con i dialoghi fuori campo, il Gus Van Saint di Elephant o addirittura il Godard di Vivre la vie per le insistite riprese di spalle, il più delle volte casuali perché non sembrano evidenziare un preciso fine narrativo o emozionale specifico. Sono movimenti di macchina che non rafforzano le scene, anzi le appesantiscono, sono inquadrature gratuite che sembrano presagire sempre qualcosa che poi non arriva mai.

Lento come le fiction
Insomma Un giorno perfetto non convince sotto vari punti di vista: è un film con un ritmo molto lento, la sceneggiatura – nonostante la firma importante di Sandro Petraglia – e i dialoghi sono deboli, il linguaggio a volte sembra scivolare nel terreno della fiction nazional popolare. Sicuramente la pellicola è dominata da un’atmosfera di cupa ineluttabilità che lascia presagire da subito qualcosa di funesto: in questo bisogna dar atto alla fotografia di Zamarion, che risulta molto pertinente.

Note inappropriate –
Le musiche sono spesso fuori luogo: a tratti troppo enfatiche e ridondanti, in altre situazioni abbiamo invece musiche esotiche turche in stridente contrasto con quello che invece è rappresentato, ossia il solito borghesuccio spaccato familiare italiano visto ripetutamente. Sicuramente Ozpetek si conferma come un attento e capace direttore di attori: infatti sono buone le prove di Nicole Grimaudo e Federico Costantini (giovani volti per la prima volta in un ruolo cinematografico importante).

Meglio Le fate ignoranti
Tanti poi sono i personaggi che all’interno della storia non hanno una precisa funzione narrativa: la cliente della cartomante Sandrelli che non si rende conto di avere un fidanzato omossessuale che la tradisce; l’insegnante Monica Guerritore; e soprattutto la dottoressa Angela Finocchiaro, che praticamente non parla mai ma assume solo espressioni cariche di pietas. Insomma rimpiangiamo l’Ozpetek de Le fate ignoranti che considero ancora oggi il suo prodotto migliore, dove emerge senza orpelli il suo stile, il suo mondo, la sua coralità, le sue storie, i suoi personaggi pittoreschi, un cinema meno cerebrale, più istintivo e quindi più autentico.

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