Dalla rassegna stampa Cinema

La vera «rabbia» di Pasolini, 45 anni dopo

… Estratti dalla Settimana Incom e dell’Opus Film, aggiunti in appendice, testimoniano del linciaggio mediatico subito dall’autore, eretico ancora oggi…

CINEMA

È uscito nelle sale, distribuito dal Luce, e con responso di pubblico già entusiasmante, un importante documentario di simulazione, La rabbia di Pasolini , «ipotesi di ricostruzione della versione originale del film». E ieri, all’Alcazar di Roma, presentazione ufficiale dell’opera (che, presto in dvd, completerà La rabbia di Pasolini e Guareschi, già edito da Minerva Raro Video), dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia. Nel 1963, alla vigilia di Berkeley, del concilio Vaticano II, dell’aggressione in Vietnam e della nascita della «nuova sinistra», i cinegiornali di argomento politico e culturale di Mondo libero , prodotti da Giuseppe Ferranti e finanziati per fiancheggiare la «guerra fredda» in funzione anticomunista, furono affidati alla rilettura critica di Pasolini e (in un secondo momento) a quella più apologetica di Giovannino Guareschi, per permettere la dialettica tra un’idea e la prepotenza opposta (secondo la formula oggi imperante), a proposito di: sfida spaziale Usa-Urss, società dei consumi pervasiva, guerra di Corea (grazie alla quale l’Italia conquistò un posto all’Onu); bomba H, morte di Marilyn; Roncalli («con quel suo sorriso da tartaruga») Papa; non allineati, decolonizzazione, utilizzazione reazionaria della tv… Alle voci di Giorgio Bassani e Renato Guttuso il compito di alternare il tono poetico e quello prosastico dei testi, rabbiosi, duri, analitici e perfidamente anti borghesi di un Pasolini in gran forma decostruttiva e emozionale. P.P.P. regista unico cercò anche immagini di opposta forza in Cecoslovacchia, Urss e Gb (come la scena, atroce, della cattura di Lumumba) ma, con l’arrivo del «coinquilino» dovette semplificare e tagliare scene, dall’impiccagione degli stalinisti più odiati di Budapest ai funerali (incredibilmente affollati) di De Gasperi a Roma, ai monologhi di Pella. L’idea di questo risarcimento anti-censorio è del critico espanso Tatti Sanguineti, cacciatore di tesori sepolti in cineteche e archivi, e si basa sul ritrovamento della sceneggiatura originale di Pasolini che il regista dell’operazione, Giuseppe Bertolucci, presidente della Cineteca di Bologna e responsabile del «fondo Pasolini», ha voluto evidenziare col pennarello , come si fa nel restauro di classe, per isolare la parte aggiunta, in modo che il nuovo materiale (ipoteticamente montato ) e i testi letti da altre voci si distacchino dalla parte conosciuta. Estratti dalla Settimana Incom e dell’Opus Film, aggiunti in appendice, testimoniano del linciaggio mediatico subito dall’autore, eretico ancora oggi, in quegli anni democristianamente corretti (dal Psi), e di certe profetiche propensioni al «darsi in pasto» anche se il trio Pandolfi-Steni-Noschese, in una parodia del «populista a gogò» già lo sbalzano dal silenzio Rai (Pasolini collaborava poco, allora con la televisione), più due straordinarie interviste. E a Labarthe Pasolini confessa il difetto capitale degli intellettuali italiani Meno chiesa (anche laica) e molta più rabbia, come a Londra.

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