Dalla rassegna stampa Cinema

Il giudizio sul film di Fellini divise i cardinali

A sorpresa il quotidiano cattolico di Genova promosse la pellicola: «Un atto di bonifica umana».

Il caso
Ne nacque uno scambio epistolare
E Siri difese «La dolce vita» dopo le censure di Montini

Chi era il più conservatore tra l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, che poi divenne Paolo VI, e il suo collega di Genova Giuseppe Siri? La risposta pare scontata, visto che il primo condusse in porto da Papa il Concilio Vaticano II, mentre il secondo fu tra i più severi critici del rinnovamento conciliare. In un’ampia biografia di Siri edita nel 2006 dal Mulino, Nicla Buonasorte ha scritto che «il cardinale genovese rappresentava un grosso ostacolo per l’attuazione del disegno di riforma montiniano».
Eppure di fronte al film di Federico Fellini La dolce vita, uscito nel 1960, si assiste a una sorta d’inversione delle parti, con Montini su posizioni di assoluta chiusura e Siri disposto a riconoscere qualche merito al regista romagnolo. L’episodio è tra quelli citati dallo storico Paolo Gheda nella relazione sui rapporti tra i due uomini di Chiesa che terrà al convegno sulla figura di Siri in programma a Genova il 12 e il 13 settembre. Due lettere inedite, ritrovate dallo stesso Gheda, permettono di ricostruire la vicenda.
Dal bagno di Anita Ekberg nella fontana di Trevi allo spogliarello nello squallido festino finale, La dolce vita non manca certo di scene scabrose. Tuttavia il 6 febbraio 1960 sul Nuovo Cittadino, quotidiano cattolico genovese, compare una recensione positiva dell’opera di Fellini, definita «un documento sociale» e anzi addirittura «un film morale» — anche se «da avvicinare con cautela» — in quanto denuncia un «mondo in putrefazione ». Caloroso l’elogio finale rivolto al regista per aver «compiuto un grande atto di bonifica umana e sociale».
Parole che lasciano sgomento Montini, il quale tre giorni dopo, il 9 febbraio, scrive di suo pugno a Siri una lettera allarmata. La recensione del Nuovo Cittadino, afferma l’arcivescovo ambrosiano, ha destato a Milano «una sconcertante impressione di stupore e di dolore», poiché «sembra coonestare uno spettacolo sul quale qui sono dati i giudizi più sfavorevoli». Pur ammettendo di non aver visto La dolce vita e proclamando di volersene tenere alla larga, Montini nota che «perfino il Corriere della Sera » ha avanzato riserve sul suo carattere immorale (la recensione di Arturo Lanocita era uscita il 6 febbraio) e riferisce di aver ricevuto «suppliche e proteste molto gravi» contro il film, con richieste pressanti di «qualche intervento dell’autorità ecclesiastica per farlo togliere dagli schermi». E conclude invocando la necessità «d’una certa uniformità di giudizio nel campo nostro », che gli appare difficilmente compatibile con «la critica positiva» del Nuovo Cittadino.
Siri risponde con una lettera scritta a macchina, il 13 febbraio 1960: si dice d’accordo sull’esigenza di correggere la valutazione espressa dal giornale della sua diocesi, ma assume un atteggiamento più articolato rispetto a Montini, distinguendo tra l’inopportunità che i fedeli vedano il film e l’indubbio valore artistico della pellicola. Infatti l’arcivescovo genovese conosce La dolce vita, avendo partecipato a una proiezione privata, e tiene a smentire la voce secondo cui avrebbe parlato di «visibilità del film». Non è così, precisa Siri, che però di fatto riecheggia proprio il contestato articolo del Nuovo Cittadino.
La dolce vita, sostiene infatti il cardinale ligure, è un «documento del “punto al quale siamo arrivati”, ben triste e vergognoso» e molti attaccano Fellini proprio perché «vi si sono visti descritti e hanno avuto paura di se stessi». Si tratta dunque di un film «veritiero», da cui emergono «le qualità notevolissime dell’autore», anche se non è conveniente che il pubblico lo veda. Insomma, se Montini si preoccupa soprattutto di evitare che i credenti siano turbati da uno spettacolo diseducativo, Siri fa un passo avanti ed entra nel merito, sottolineando che l’opera di Fellini fotografa una reale decadenza dei costumi, rispetto alla quale non si possono chiudere gli occhi. «Non c’è da stupirsi — osserva Gheda — perché Siri, da uomo del popolo figlio di un operaio, è sempre attento a quanto si muove nella società, mentre Montini, proveniente da una delle famiglie più in vista di Brescia, ha un atteggiamento più elitario. Bisogna aggiungere però che in altre situazioni le cose cambiano: un anno e mezzo dopo è Montini che suggerisce a Siri, all’epoca presidente della Cei, di modificare il linguaggio di un documento ufficiale per renderlo meno rigido e più aperto al dialogo, meno difensivo e più propositivo».
Ad ogni modo Gheda, staccandosi dagli stereotipi più diffusi, sottolinea che tra i due alti prelati non vi fu mai una vera contrapposizione: «Il rapporto procede a fasi alterne: nella fase preconciliare, quando entrambi sono arcivescovi di grandi città, si prestano spesso un vicendevole sostegno. Nell’ambito della Cei a volte si confrontano in modo acceso, ma la stima reciproca non viene mai meno. Quando poi Montini è eletto Pontefice, la devozione di Siri nei suoi riguardi va ben oltre l’aspetto istituzionale. E proprio il Concilio li vede vicini: Paolo VI ascolta molto i consigli del cardinale di Genova, perché lo conosce come uno strenuo sostenitore dell’istituzione papale».

lettera di G.B. Montini

Io ricevo suppliche e proteste molto gravi, quasi si tratti d’un film «di tale immoralità e di tale cattivo esempio della depravazione umana», che si vorrebbe qualche intervento dell’autorità ecclesiastica per farlo togliere dagli schermi.
(…) Perfino il Corriere della Sera ha avuto qualche osservazione negativa di carattere morale.

La risposta di Giuseppe Siri

Mi sono ben guardato dal parlare di visibilità.
(…) Il film è veritiero, ed è perché colpisce orribilmente la vita di molti, che taluni hanno reagito anche sulla stampa: vi si sono visti descritti ed hanno avuto paura di se stessi. Ma tutto questo deporrà per le qualità notevolissime dell’autore, non per la visibilità del film.

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