Dalla rassegna stampa Cinema

Premio laico? Meglio di no, grazie

Il riconoscimento degli atei italiani va a un regista iraniano. Che lo rifiuta. Forse anche perché nel suo paese chi non crede paga con la vita? …Ai giudici dell’Uaar la pellicola è piaciuta perché «affronta la problematica dell’identità sessuale di ragazzi e ragazze che, nella difficile …

Una storia paradossale e amara. Che ribadisce – caso mai ce ne fosse bisogno – quanto è difficile vivere e intendersi a questo mondo. Anche partendo da quelle che comunemente si usano definire le migliori intenzioni.
Dunque, ogni anno l’Uaar, ovvero l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, offre un suo contributo alla Mostra del cinema di Venezia assegnando il premio Brian, una pregevole scultura d’oro firmata da Giovanni Corvaja, a «un film che evidenzi ed esalti i valori dal laicismo, cioè la razionalità, il rispetto dei diritti umani, la democrazia, il pluralismo, la valorizzazione delle individualità, le libertà di coscienza, di espressione e di ricerca, il principio di pari opportunità nelle istituzioni pubbliche per tutti i cittadini, senza le frequenti distinzioni basate sul sesso, sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose».
Il richiamo del premio è al celebre e irresistibile film satirico dei Monty Python, Brian di Nazareth, la motivazione più che dignitosa, i premiati nelle precedenti edizioni – «Le ragioni dell’aragosta» di Sabina Guzzanti e «Azul oscuro, casi negro» di Daniel Sanchez Arevalo – di tutto rispetto. Quindi, in teoria, avrebbe anche potuto essere contento di ricevere questo riconoscimento il regista iraniano Bahman Motamedian, autore di un film, Khastegi, sua opera prima presentata fuori concorso a Venezia, assai lodato per la sensibilità e il coraggio con cui affronta un tema scomodo e spinoso, specialmente in Iran. Ovvero la sofferenza di sette transessuali di Teheran in una società ipertradizionalista che boccia questa condizione come «perversione e travestimento».

Tema complesso, in realtà. Mentre, per editto del presidente Ahmadinejad, in Iran gli omosessuali «non esistono», ai transessuali è concessa cittadinanza, e anzi, grazie a una fatwa emessa a suo tempo da Khomeini in persona, possono addirittura rivolgersi alle strutture mediche pubbliche per cambiare sesso. Non per questo hanno vita facile. Con buona pace del grande ayatollah fondatore della Repubblica islamica, le famiglie e la società iraniana nel suo insieme non sono proprio entusiaste del cambio di sesso chirurgico e, come peraltro avviene altrove – anche nell’evolutissimo Occidente – tendono a isolare ed emarginare chi lo pratica.

Ai giudici dell’Uaar la pellicola è piaciuta perché «affronta la problematica dell’identità sessuale di ragazzi e ragazze che, nella difficile realtà dell’Iran contemporaneo, non accettano il ruolo assegnato loro dalla società in base al sesso biologico».
E anche perché: «Il tema è affrontato in modo asciutto, senza semplificazioni, toni retorici o slogan, dunque con quello che riteniamo un approccio autenticamente laico».

A Motamedian invece non è proprio piaciuto il premio. Tanto che lo ha formalmente e platealmente rifiutato. Paladino dei trans, tanto più con la benedizione dall’alto dei cieli di Khomeini, passi, ma ateo proprio no. Secondo lo Uaar «È la dimostrazione che, quando si deve agire in un ambito fortemente intriso di religione, il rispetto e il dialogo possono venire meno, anche da parte di chi ha saputo esprimere questa sensibilità sul grande schermo».
Detto questo l’Uaar continuerà ad assegnare il premio Brian e il regista tornerà in patria. Dove, detto per inciso, il 18 luglio scorso è stato presentato un simpatico disegno di legge che prescrive la pena di morte per chi crea siti web sull’ateismo, crimine equiparato così alla rapina armata e alla violenza carnale.

«Spesso ci perdiamo nel bipolarismo, bianco e nero o buono e cattivo, mentre la realtà è molto più grigia di quanto noi pensiamo e proprio per questo il mondo dei trans mi ha affascinato al punto da realizzare un film su questo fenomeno», aveva detto ai giornalisti il regista di Khastegi. Sbagliato Bahman. A volte è proprio bianco o nero. O testa e croce, se preferisci.

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