Dalla rassegna stampa Cinema

Una società parallela di dolori e speranze

“BELOW SEA LEVEL” DI GIANFRANCO ROSI

In una terra di nessuno, a 40 metri sotto il livello del mare, in una base militare dismessa a 250 km a Sud Est di Los Angeles, vive un gruppo di persone ai confini del mondo. Ken, Lily, Carol, Wayne, Mike, Cindy e Sterling hanno scelto di allontanarsi dal resto del mondo, non di rinnegarlo; si sono creati una civiltà loro, rifiutando la normalità, gli schemi e le convenzioni.
Non sono barboni, hanno un tetto sotto cui tornare, vivono in macchina o in roulotte, hanno ridefinito il concetto di casa. Vivono liberamente, affrontando i propri demoni. Chi è venuto a vivere in questa parte del deserto lo ha fatto per prendere le distanze da una vita a cui non sentiva più di appartenere o perché non è mai riuscito a seguire i binari percorsi dal resto della società. Tutti hanno spettri, rimorsi e rimpianti contro i quali combattono ogni giorno; sono stati condotti in quella terra da un qualche elemento che li ha profondamente devastati nell’animo. La regola che li governa è il rispetto per il dolore, per il silenzio e per la solitudine altrui. Non c’è nessun vincolo, nessun obbligo a dialogare o a raccontarsi. Ma quando il senso di necessità, di condivisione del dolore diviene prepotente, nessuno si tira indietro dalla solidarietà di ascoltare, confortare, ma soprattutto di patire insieme il profondo disagio per un passato che non lascia respirare.

Il regista Gianfranco Rosi, nato in Eritrea, ha vissuto in Turchia, in Italia e in America; con Below Sea Level, presentato alla 65 Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti, ha fatto conoscere una nuova povertà. Rosi filma la storia di queste persone quasi come fosse una ballata, triste, nostalgica, impolverata dalla sabbia del deserto. L’autore di questo film sembra utilizzare l’armonia delicata delle vecchie canzoni country, per urlare le vite di queste persone, che vivono, amano e riescono ancora a sognare. La cinepresa è discreta. I discorsi, le confessioni, le abitudini non vengono turbate dall’obiettivo. Tutto viene ripreso e raccontato con naturalità, nulla è di troppo, nulla è lasciato all’indifferenza. Lo spettatore viene trascinato con passione e malinconia in quel deserto, dove non mancano lacrime e risate.

Lui stesso ha dichiarato che: “Il film delinea una mappa di volti, parole e memorie nate a partire da circostanze del tutto particolari. Le storie che racconto sono attraversate da echi interni, riflessioni, esperienze, monologhi, ricordi, immagini e zone d’ombra. Questo film copre quattro anni della vita di queste persone e le loro vite compongono la sceneggiatura di questo film. Ho vissuto accanto a loro in questo arco di tempo entrando simbioticamente nella loro esistenza, cercando di diventare “invisibile”. Per questo il film non può essere definito un documentario, perché i protagonisti mettono in scena se stessi, la propria vita, ’recitando’ la loro realtà. In questo vasto deserto si depositano e conservano tutti i detriti – fisici e mentali – dei nostri tempi, mantenuti intatti dall’aria arida del deserto. Chi arriva in questo non luogo, viene cancellato dalla società, come un rifiuto non smaltibile. Chi arriva qui, sotto il livello del mare, ha toccato il fondo del proprio dolore e oltre non può più sprofondare. Eppure solo qui sembra affiorare il futuro di ognuno di loro. Un paesaggio apocalittico, ma anche la propria casa”.

Da Nonsolocinema.com

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