Dalla rassegna stampa Cinema

Prima delusione, Ozpetek è senza capo né coda

IRRISOLTO E IMPACCIATO «UN GIORNO PERFETTO» TRATTO DAL LIBRO DI MELANIA MAZZUCCO Solo Mastandrea se la cava in un cast fuori registro. « 35 rhums» di Claire Denis è la sorpresa del Concorso

MOSTRA DEL CINEMA.

L’ultimo numero della rivista «Le Film François» dedicato a questa Mostra veneziana porta in copertina una delicata questione: “Il cinema italiano: rinascita o fuoco di paglia?”, il riferimento era chiaramente rivolto ai successi di «Gomorra» e «Il divo» a Cannes e quello che sarebbe successo qui sul Lido.
Purtroppo il primo film italiano presentato in concorso, «Un giorno perfetto» di Ferzan Ozpetek cancella gli applausi della Croisette a Matteo Garrone e a Paolo Sorrentino. Si tratta di un lavoro vecchio, senza idee cinematografiche, senza una sceneggiatura credibile. Dal generale naufragio si salva solo un Valerio Mastandrea che inutilmente si affanna tra Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo e Angela Finocchiaro.
Ferzan Ozpetek mostra tutti i suoi limiti, è onesto artigiano quando è sorretto da buone sceneggiature. Qui illustra tutto quello che trova scritto senza porsi il problema del risultato. Il film, ambientato in una calda Roma, prende lo spunto dall’omonimo romanzo di Melania Gaia Mazzucco, di cui ignora alcuni personaggi e colora diversamente altri. Özpetek apre con la macchina da presa che si insinua nelle pieghe di un appartamento in una notte di temporale. Nel suo prezioso e divertente corto animato «L’italiana in Algeri» (1969), presentato alla Mostra, Emanuele Luzzati insegna come sia sconvolgente un temporale sullo schermo.
La vicenda è presto detta: Emma (Isabella Ferrari) e Antonio (Valerio Mastandrea) , sposati con due figli, hanno divorziato da un anno. Lui fa la guardia del corpo di un politico sulla via del tramonto che ha spinto la moglie al suicidio e che si è risposato con una donna molto più giovane. Antonio è depresso vorrebbe che la famiglia si riunisse, ma Emma ha paura di lui, della sua violenza, della sua follia, e ne ha ragione. Il film prova a raccontare la normalità di una follia omicida, la quotidianità dei fallimenti umani, il peso della famiglia nella vita di ognuno, prova a raccontare ma non ci riesce e tutto si affloscia nella noia mortale di un lavoro cinematografico che non riesce a diventare film. Impietoso è il confronto con una altro film che parla della famiglia e del quotidiano, un film che senza spiegazione si trova fuori concorso: «35 rhums» di una Claire Denis in stato di grazia.
La regista francese ci porta nella periferia parigina dove vivono Lionel ( un magnifico Alex Descas), conduttore di metrò, con sua figlia Jo (l’ esordiente Mati Diop), da poco all’università che si mantiene lavorando. Vicino a loro, nello stesso piano, abita Gabrielle, una non più giovane tassista innamorata di Lionel, che ha aiutato per far crescere Jo. Al piano di sopra vive Noé ( un impagabile Grégoire Colin), un giovane ancora sconvolto dalla morte dei genitori, sempre all’estero per lavoro, e curato quando è a casa dagli altri tre. Noé è l’unico bianco del gruppo, ma non c’è nel quartiere distinzione di colori di pelle, tutti parlano e pensano in francese, sono nati in Francia, sono francesi, non immigrati “integrati”. Claire Denis lo spiega chiaramente e dei suoi non eroi mostra con malinconia e poesia il vivere quotidiano.
Finisce con Lionel che si beve i mitici 35 bicchierini di rum, vicino a Gabrielle, è il giorno delle nozze di Jo. Intenso e emozionante, cinema che canta la felicità di essere cinema, questo “35 rhums” è diventato al Lido il film cult di un Festival che fatica ad entusiasmare.
Sempre in concorso, infatti, si è visto il non riuscito e troppo lungo “Dankkou” (Plastic City) del cinese Yu Lik-way. Questi ci porta a San Paolo, megalopoli brasiliana che vanta la più grande comunità cinese al di fuori della Cina, per mostrarci, con modi tra il fumetto e il videoclip, il destino di una strana coppia di mafiosi.
Il film alterna momenti, pochi, di grandi intensità a insopportabili pause narrative lunghissime e incolori. Da chiedersi perché in Concorso, i soliti bene informati ci hanno ricordato che i 9 produttori del film sono tutti amici del Direttore della Mostra, lo stesso discorso, probabilmente vale anche per “Un giorno perfetto”. Peccato .

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