Dalla rassegna stampa Cinema

ORIZZONTI. TRE PELLICOLE, ALTRETTANTI TEMI

Una sorpresa vera e una seconda ma solo a metà – Bene l’iraniano «Khastegi» Trascurabile il filippino «Jay»

Uno scacco generazionale nel corto cinese «Cry Me a river» di Jia Zhangke

La sezione «Orizzonti» si schiude all’”inatteso”: secondo una consuetudine invalsa ormai da qualche anno l’organizzazione regala film “a sorpresa”. In ogni caso il film iraniano «Khastegi» (Tedium), primo lungometraggio del trentanovenne Bahman Motamedian, riesce ad attirare da solo l’attenzione. La prima inquadratura riporta le parole del Vangelo di Matteo “Lo spirito è forte ma la carne è debole”. Per spirito s’intende probabilmente l’identità personale che talvolta contraddice l’involucro corporale come nel caso dei sette transessuali che all’inizio sono uniti nella terapia di gruppo. Sei giovani, che si sentono a proprio agio in vesti, costumi e maquillage femminili, e una ragazza dal piglio mascolino, cercano di definire il loro disagio.
Nei rapporti famigliari rimproveri e senso di colpa lacerano le esistenze. L’insicurezza crea in qualcuno la convinzione che l’amore vero sia inattingibile. La vita quotidiana (ad esempio un controllo della patente di guida) è disseminata di conflitti. C’è chi cerca una via d’uscita in gesti estremi.Con sobrietà e lucidità Motamedian fa emergere dalle persone, dai loro discorsi in macchina, la necessità dell’accettazione di sé e della tolleranza per chiudere con un coraggioso giudizio politico sul paese che costringere a scegliere tra la propria vera identità e la libertà
«Jay», il film filippino di Francis Xavier Pasion, sceso nell’agone di «Orizzonti», tanto per essere chiari, “non” è un film a sorpresa e, a conti fatti, non riserva memorabili sorprese. In un villaggio filippino la madre di Jay, insegnante di dottrina cristiana a Manila in procinto di avere una cattedra in America, attende il figlio per una vacanza.
Purtroppo l’uomo è stato ucciso a coltellate in un contesto che evidenzia rapporti omosessuali. Ma perché abbiamo la sensazione di assistere in diretta ai fatti? L’evidente bersaglio di Pasion è la turpe etica-estetica del reality show. Il tutto è però sviluppato in modo così piatto, mostrando sempre la doppia versione dei fatti, che l’idea di fondo sembra una furbata per girare un film intero facendo metà fatica.
Un cortometraggio cinese, «Cry Me a river» ha portato in «Orizzonti» un sintomatico scacco generazionale. Nell’antica città di Suzhou si trovano, a dieci anni dalla laurea, due coppie, un tempo, d’innamorati. Devono festeggiare il loro professore che li presenta allo sponsor universitario, che ha pagato il banchetto, come autori di belle poesie. Ma ora, aggiunge, non scrivono più. E lo sponsor ricorda la loro rivista letteraria il cui primo numero coincise con l’ultimo. Ora ci sono più soldi in giro ma aspirazioni e sentimenti sono appassiti.La Cina dunque brucia le tappe, dal boom al disincanto. Zangke – 38 anni e molti documentari – mostra una mano felice nelle riprese (belle quelle in navigazione) ma fa implodere stancamente il discorso sulle secche del prevedibile.

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