Dalla rassegna stampa Cinema

La violenza di Ozpetek non arriva dritta al cuore

Ma convincono Ferrari e Mastandrea – Difficile pensare al film, accolto tra applausi e dissensi come possibile vincitore del Leone

Tratto dal bel romanzo di Melania Mazzucco “Un giorno perfetto” è il primo italiano in gara

VENEZIA – Un giorno perfetto è il primo dei quattro film italiani in concorso, è diretto da un regista ammirato e fortunato come Ferzan Ozpetek, è stato tratto dal bel romanzo dallo stesso titolo di Melania Mazzucco, riunisce bravi attori italiani, racconta una sconvolgente tragedia familiare di quelle che purtroppo sono diventate frequenti fatti di cronaca: gli applausi sono stati interminabili alla conferenza stampa e alla serata per il pubblico, c´è stato qualche dissenso nella proiezione del pomeriggio; il film è in partenza per il festival di Toronto da dove dovrebbe avere un lancio internazionale. Allora perché non ha dato a molti spettatori quel senso di compiutezza, di incanto, d´intensità, se non del capolavoro, ormai molto raro, almeno dell´opera perfettamente riuscita? Sono i misteri indecifrabili del cinema, soprattutto quando ci si aspetta che un film emozioni, coinvolga, che ci dica di più e più profondamente di ciò che sappiamo.
Qui c´è una delle tante donne, in questo caso di ceto modesto, che hanno sopportato per anni i maltrattamenti del marito e poi un giorno hanno detto «non ne posso più», e se ne sono andate, coi figli, tornando dalla madre. Qui c´è uno dei tanti mariti, in questo caso poliziotto, che poi si accorgono di non poter rinunciare a quella donna succube di cui si sentivano padroni violenti, e il cui corpo e odore ancora li ossessiona, diventando il segno della loro impotenza e del loro fallimento. Lei ha il viso scavato, gli occhi azzurri e foschi, il trucco sbavato, la celebre spettinatura della quarantenne più sexy del nostro cinema, Isabella Ferrari; che sa incarnare una di quelle donne qualsiasi, un po´ sdrucite dalla vita, insignificanti e invisibili per gli altri, ma che sono il fulcro ossessivo del partner che non ne accetta l´autonomia e che per piegarle le umilia: «Sei diventata vecchia, non ti vuole più nessuno, nemmeno io»; lui è Valerio Mastandrea, 36 anni, una faccia timida e gentile su cui scorrono contemporaneamente sofferenza e violenza, follia e amore, crudeltà e sperdimento, ed incarna uno di quei bei giovanotti lindi e palestrati di cui s´intuisce, nel loro distratto silenzio, la ferocia e la depressione.
Sono le scene più belle del film quelle che li vedono insieme, due persone che si sono molto amate e adesso sono nemiche, lei in fuga, lui deciso e riprenderla, impietosendola, inseguendola, circuendola, picchiandola, minacciandola. Nell´abitacolo dell´automobile la insulta e le fa sanguinare le labbra con un pugno, poi la insegue tra le erbacce di un argine, la abbatte, le si butta addosso, le sputa in bocca, piange, le dice di amarla, cerca di violentarla. Lei, Emma, è una dei più di due milioni di donne italiane che secondo l´Istat nel 2007 hanno subito violenze da parte del partner o dell´ex partner; lui, Antonio, pare uno dei protagonisti di certe inchieste televisive che non accettano l´abbandono, che dicono «ti voglio distruggere la vita», che raramente vengono denunciati, che spesso, come capita nella realtà, uccidono. Il furore e la paura che trascinano i due protagonisti verso un precipizio sempre più angoscioso e oscuro, nel film si allentano nell´intreccio con gli altri personaggi, come non avviene nel sapiente romanzo. Certo Ozpetek offre spazio prezioso ad attori come Stefania Sandrelli, madre bonaria (nel film) di Emma, a Monica Guerritore, insegnante solitaria (nel libro il personaggio è un gay), ad Angela Finocchiaro, una specie di apparizione inventata dal regista, alla luminosa Nicole Grimaudo, giovane moglie del politico in disgrazia Valerio Binasco, all´adolescente Nicole Murgia e al piccolo Gabriele Paolino.
Non si riesce a immaginare Un giorno perfetto come possibile vincitore del Leone d´oro o d´argento, o del premio speciale della giuria, a meno che non lo si confronti con i tre film già dati, un po´ inutili un po´ da gran fuga dalla sala. Con un po´ di fortuna potrebbero nascere patriottici battibecchi in giuria per l´eventuale premio d´interpretazione a Isabella Ferrari e a Valerio Mastandrea, il quale pur parlando nel film e nella vita in romanesco, offre all´estetica di Ozpetek una faccia adatta alla minaccia e alle cure dello psicanalista. Si sa che l´attore è cresciuto e vive alla Garbatella, non ha mai studiato recitazione, è diventato attore «perché volevo vincere la timidezza» e offrendosi per lettera al Costanzo Show quando aveva 19 anni. Da 14 anni fa cinema e i suoi ultimi ruoli sono stati in due buoni film, Non pensarci di Zanasi e Tutta la vita davanti di Virzì. La scena in cui si avventa su Isabella Ferrari, per lui uomo mite, l´ha risolta «cercando di sdrammatizzare, facendola ridere, e ci proteggevano il silenzio e il rispetto della troupe». Nei film non si guarda volentieri «perché il cinema non è poi una cosa così seria, e ho imparato a sdrammatizzarlo. In questo caso non avrei mai pensato che il personaggio potesse coinvolgermi: invece stavo per esserne risucchiato, e mi sono difeso rifiutando di immedesimarmi. Io non conosco quelle zone torbide dell´anima, né voglio conoscerle: mi è sembrato comunque che nello sperdimento di Antonio prevalesse quel lato femminile che rende un uomo più incapace di controllare la sua emotività».
Sente che ha potuto girare certe scene coi bambini «solo perché non ho figli, se no forse mi sarei sentito molto imbarazzato. Penso che Ozpetek abbia fatto bene ad attenuare la violenza del libro, e lo dico come spettatore, perché tale mi sento dopo che ho finito un film che per me conta non per la mia interpretazione ma nel suo insieme».

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Parlano le attrici di Ozpetek: Sandrelli, Guerritore, Grimaudo

Isabella: “La mia parte con un sms a Ferzan”

“Io avevo un´idea della protagonista il regista aveva la sua e le abbiamo messe assieme”

LAURA PUTTI

VENEZIA – Le donne, le sue donne, quelle che secondo lui «hanno un organo in più perché sono esseri superiori», se ne stanno sedute una accanto all´altra. Ferzan Ozpetek, piuttosto laterale assieme a Valerio Mastandrea e al produttore Domenico Procacci, le ascolta ammirato commentare i loro personaggi, e si vede che quei personaggi – anima, struttura di Un giorno perfetto – sono anche un po´ suoi. Tra Monica Guerritore e Stefania Sandrelli, vestite di scuro, Isabella Ferrari spicca per il bianco dell´abito, per il candore della pelle e per estrema biondezza. Il personaggio di Emma non le somiglia neanche fisicamente, ingrassata e dozzinale, disperata e prigioniera della sua stessa vita. E dire che quel ruolo lo ha voluto. E lo ha avuto grazie a un sms. Aveva letto il libro di Melania Mazzucco e sperava divenisse un film. Saputo che Ozpetek lo avrebbe girato, si è trovata a fare l´impensabile: un sms per chiedere un ruolo. Mai chiesto un ruolo in vita sua. Per sms, poi. Nessuna risposta. Ma la diavoleria tecnologica è giunta a destinazione e Ozpetek non l´ha dimenticata. «Sono arrivata sul set con l´idea che mi ero fatta di Emma» dice Isabella Ferrari. «Ferzan Ozpetek aveva la sua e le abbiamo messe assieme».
Sorridente e luminosa, Stefania Sandrelli sa che, per il ruolo di Adriana, madre cartomante di Emma, il regista ha pensato alla sua Adriana Astarelli di Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (1965) – anche lei ragazza madre che, però, alla fine si uccide – ma «il mio personaggio è succinto, non permette riferimenti» dice l´attrice. «Guardando Emma io vedo quello che sono stata, e, guardando me, lei capisce quello che diventerà. Come se i nostri destini fossero incrociati». Annuiscono le altre: la bella Nicole Grimaudo che in Maja, giovane moglie del politico Elio Fioravanti (Valerio Binasco, assente a Venezia) al quale Antonio-Mastandrea fa la scorta, non trova nulla di se stessa, «troppo ambiguo per assomigliarmi»; l´attrice turca Serra Yilmaz, presenza costante nei film di Ozpetek (in Un giorno perfetto fa una comparsa come gelataia), ma che qui «sono tre giorni che non ci rivolgiamo la parola» e non sapremo il perché; Nicole Murgia (la figlia Valentina) la quale rassicura sull´assenza di conseguenze psicologiche nei due giovanissimi attori dopo la scena della mattanza familiare («Mentre giaceva morto e coperto di sangue» dice il regista, «Gabriele Paolino-Kevin si è addirittura addormentato»).
Assenti da Venezia, Angela Finocchiaro (Silvana, angelo silenzioso nei momenti salienti del film) e Milena Vukotic, la professoressa che, durante un esame all´università, fa capire ad Aris (Federico Costantini), figlio del politico, i suoi privilegi. Magistrale Monica Guerritore nel ruolo di Mara, prof di Federica, silenziosa, intensa spettatrice della disperazione di Emma. «Un personaggio appena accennato» dice l´attrice. «La sua solitudine è intuibile da una telefonata di pochi secondi che riceve mentre ha incontrato Emma per caso». La scena tra le due donne, così visibilmente e totalmente diverse eppure così complici, è una delle più riuscite del film.
«Più vado avanti e più mi circondo di amiche donne» dice Isabella Ferrari. «E, sempre di più, mi accorgo di avere l´esigenza di essere giudicata, criticata e sopportata da loro, soprattutto da loro».

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