Dalla rassegna stampa Cinema

Film «sospeso» salvato dal cuore di due attori

Ottima prova della Ferrari e di Mastandrea …alla fine, resta la sensazione di un film «sospeso», dove il mestiere è venuto in aiuto dei momenti in cui il cuore si è come preso una vacanza (o in cui la sintonia tra testo e regista scricchiolava), dando forza alla sensazione che la troppa …

Un mondo perfetto Il ritratto di tante infelicità

VENEZIA — Continua la «schizofrenia» della selezione veneziana che mescola stili (e risultati) differenti. Ma non è detto che una grande confusione sotto il cielo sia la riprova che la situazione (almeno quella del cinema) è buona. Non sembra, perlomeno, che sia questa la lezione che arriva dalla visione di Plastic City dell’hongkonghese Yu Lik-wai, regista in proprio e direttore della fotografia per altri (Jia Zang-ke, Ann Hui, Wong Kar-wai). Ambientata in un quartiere di San Paolo, in Brasile, la storia della caduta di un boss cinese della contraffazione e del suo figlioccio e della possibile «rigenerazione» più spirituale che reale – nella giungla, mescola stili e generi finendo più per sorprendere che per convincere lo spettatore. Perché quelle scelte di stile (colori irreali, inserti fantastici, concessioni voyeuristiche) sembrano utili per sorprendere lo spettatore, ma non necessarie a esprimere una coerente idea di cinema.
Decisamente più tradizionale il nuovo film di Ozpetek, che accettando l’invito della Fandango di filmare il romanzo Un giorno perfetto della Mazzucco e sceneggiandolo con Sandro Petraglia (e non più con Gianni Romoli) dimostra per prima cosa la voglia di «cambiare» pelle. Basta con il ritratto di un quotidiano consolatorio e amicale (com’era il mondo delle Fate ignoranti o di Saturno contro) e spazio invece al ritratto delle tante infelicità che si possono incrociare in una giornata che «perfetta» non sarà certo. Non lo sarà per Emma (Isabella Ferrari), proletaria separata con due figli a carico e nessun lavoro stabile, ossessionata dall’ex marito Antonio (Valerio Mastandrea), un poliziotto che passa da esplosioni di gelosia e violenza a suppliche di riconciliazione. Ma non lo sarà neppure per il politico (Valerio Binasco) a cui Antonio fa da guardia del corpo: sente in bilico la sua rielezione, si sente scaricato dal presidente del suo partito (nel romanzo, ambientato il 4 maggio 2001, il riferimento a Berlusconi era esplicito; nel film, collocato in un «presente» senza date, è solo fatto intuire) e non capisce che la moglie vorrebbe lasciarlo.
Non tutto funziona però come dovrebbe. Se la storia di Emma e Antonio convince e coinvolge, per l’ottima prova della Ferrari e di Mastandrea (tra l’altro in due ruoli a rischio) ma anche per una partecipazione emotiva che non spinge mai troppo il pedale, che fa intuire più che spiegare e riesce a restituire sia la giustezza dell’ambientazione che il dolore della sofferenza… Se insomma Ozpetek dimostra di «crederci» e di appassionarsi a quello che racconta, lo stesso non si può dire degli altri personaggi e delle altre situazioni, dove si respira un’aria più fasulla, inutilmente programmatica (i temi scolastici dei bambini, l’amore tra il figlio del politico e la matrigna, l’«angelo della carità» che nemmeno la Finocchiaro riesce a vivificare). Nonostante gli sforzi degli attori, a cominciare da un sempre bravo Valerio Binasco.
Così, alla fine, resta la sensazione di un film «sospeso», dove il mestiere è venuto in aiuto dei momenti in cui il cuore si è come preso una vacanza (o in cui la sintonia tra testo e regista scricchiolava), dando forza alla sensazione che la troppa fedeltà al romanzo abbia finito per frenare l’ispirazione.

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