Dalla rassegna stampa Cinema

«La Rabbia censurata di Pasolini e la ribellione pura di Socrate»

…Pasolini doveva prendere in mano i cinegiornali del capo reperiti in Italia, Urss, Cecoslovacchia, Inghilterra per dare vita ad un’analisi politica e sociale del mondo moderno, della guerra fredda, del miracolo economico. …

Venezia
Al festival di Venezia venne il giorno de La Rabbia di Pier Paolo Pasolini. O meglio dell’ipotesi di ricostruzione della versione originale del film compiuta da Giuseppe Bertolucci. Film che nasce nel ‘63 da un’idea del produttore dei cinegiornali “Mondo Libero”, tal Gastone Ferranti. Pasolini doveva prendere in mano i cinegiornali del capo reperiti in Italia, Urss, Cecoslovacchia, Inghilterra per dare vita ad un’analisi politica e sociale del mondo moderno, della guerra fredda, del miracolo economico. Pasolini raccoglie spezzoni, si mette a rivisitare il genere (per lui qualunquista) dei cinegiornali, riscrivendo un testo con doppia voce narrante (per la prosa Guttuso, per la poesia Bassani). Ma mentre è in sala montaggio viene a sapere che il film sarà diviso in due parti. Giovannino Guareschi si occuperà del tema “visto da destra”, Pasolini “visto da sinistra”. L’autore bolognese si infuria, ma alla fine accetta la scelta produttiva. Il film sarà un insuccesso e soprattutto alimenterà la leggenda sul materiale scartato della prima parte pasoliniana. Nel 2007 il regista Giuseppe Bertolucci, assieme a Tatti Sanguineti, tenta il recupero di quel materiale con l’aiuto fondamentale della Cineteca di Bologna, dell’Istituto Luce e di Minerva Raro Video. Riecco emergere i venti minuti iniziali firmati da Pasolini, senza sincronizzazione sonora, ora doppiati basandosi sui testi lasciati dal poeta bolognese. Dentro ci sono i funerali di De Gasperi, come la guerra di Corea, gli alluvioni degli anni ’50 in mezza Europa, i primi assalti frontali alla nascente televisione. Una prima parte evocativa e passionale (le voci sono di Valerio Magrelli e dello stesso Bertolucci) aggiunta ad una Rabbia dell’epoca più lirica e cupa, e ad una terza parte con materiali d’archivio sul linciaggio mediatico subito da Pasolini. Il tutto per un’uscita in sala prevista il 5 settembre prossimo. Giuseppe Bertolucci, poi, si è oramai abituato alla convivenza con il cinema pasoliniano (Pasolini prossimo nostro su Salò è del 2006): «Per antica familiarità sono vicino a Pier Paolo da anni», ci racconta il regista, «mio padre Attilio fu il suo primo editore, mio fratello Bernardo gli fece da assistente per Accattone, la nostra famiglia ha abitato per anni nella sua stessa palazzina. All’epoca avevo quindici anni e lo ricordo come un uomo molto mite e triste. Poi lessi le sue cose e mi sorprese la sua disperata vitalità. Infine nel 2001 Laura Betti ha depositato alla Cineteca di Bologna, di cui sono direttore, il fondo Pasolini. Da qui è nato il recupero de La Rabbia ».

Cos’è stato Pasolini nell’ambito culturale italiano?
Fondamentalmente un poeta travestitosi di volta in volta da antropologo, filosofo, sociologo. E il dovere di un poeta è cercare il bello. Poi cercando la bellezza molto spesso ci si imbatte nel vero. Per questo è stato definito reazionario dai suoi contemporanei che l’hanno criticato per questa spregiudicata intromissione in campi non suoi. Quando, invece, questa nostalgia del mondo arcaico e contadino era nata soltanto dal suo mondo poetico. Un mondo che stava cadendo a pezzi e per il quale andavano lanciati allarmi. Non vedo Pasolini come un profeta, ma come un aruspice, l’antico sacerdote che sventrava le vittime e nelle loro viscere leggeva il futuro. Le intuizioni di Pasolini sulla televisione, che abbiamo recuperato ne La Rabbia, sono datate ’63. Già allora, in un’epoca che non riteniamo di età dell’oro della tv, aveva compreso come questa fosse uno strumento micidiale per l’omologazione di massa del pensiero.

Per un ventenne imbarbarito da ore di tv cosa suggerirebbe di cogliere nel pensiero pasoliniano?
Sia gli allarmi sulla realtà ancora accesi, nonostante la cultura politica italiana abbia cercato di spegnerli. Sia quel senso di libertà creativa e inventiva che Pasolini e pochissimi altri autori avevano negli anni ’60. Lui, da vero grande libero pensatore che ha saputo prendere posizioni culturali forti, ne La Rabbia rielabora e reinterpreta i cinegiornali con sfrontato spirito libero, un atteggiamento oggi estremamente limitato.

Ci sono altri cineasti che possono attualmente prendere il testimone di Pasolini?
Non è un problema della singola persona, ma del regime del pensiero mediatico unico. Il cinema è poi in grande crisi. Si è passati dagli anni ’70, epoca di Salò , in cui il cinema, in solitudine, creava dibattito culturale, stili di vita, sensi comuni; ad oggi, dove il cinema è circondato da mille fonti audiovisive. Anche i film più riusciti, di successo commerciale come Gomorra , non riescono più a creare un immaginario visivo. Cosa che riesce magnificamente ai reality show o allo sport.

Tra gli illustri scomparsi possiamo inserire anche il concetto pasoliniano di borghesia…
Oggi l’impero mediatico come un ferro da stiro ha cancellato le diversità sociali e culturali rendendo impraticabile il termine borghese. Certo, esistono isole di potere economico e politico, contro le quali è legittimo lottare. Ma in Italia rimane il vuoto dello sviluppo di una vera rabbia, proprio come dice Pasolini nel film: la Resistenza in Italia ha inglobato qualsiasi possibilità di ribellione dentro il discorso politico. In Italia la rabbia è immediatamente rivoluzione, non è mai esistita nel significato di pura ribellione come ai tempi di Socrate.

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