Dalla rassegna stampa Libri

Il cappotto di Proust: misteri e peripezie dell'ultima «reliquia»

Nel volume di Lorenza Foschini le vicende di un collezionista alle prese con l’eredità di una famiglia bizzarra

Non conosco il palpito di commozione suscitato in molti collezionisti dalle babbucce di Flaubert o dagli occhiali da sole di Borges. Ma concedetemi un’eccezione con Proust e con il suo cappotto. Non per una predilezione artistica per il più significativo scrittore del Novecento, ma per una questione più importante.
C’è chi ritiene beffardo il saccheggio perpetrato a danno della vita di colui che lottò per difendere una privacy di omosessuale asmatico e inconcludente. Come se non si capisse che uno dei segreti della longevità della Recherche risiede nella promiscuità tra quell’opera gigantesca e il mito della vita e della morte di colui che la concepì. Vita e opera, nel mondo di Proust, appaiono l’una il fantasma dell’altra. È bene vigilare su tale fantasmatica osmosi.
Ecco perché il libro di Lorenza Foschini dedicato al ritrovatore del cappotto di Proust ( Il cappotto di Proust, ed. Portaparole) mi è sembrato un minuscolo tentacolo di quell’idra chiamata Recherche.
È come se la Foschini — alle prese con la vicenda di Jacques Guérin, uno dei massimi collezionisti di reliquie di scrittori francesi del XX secolo — si fosse imbattuta nella storia degli eredi di Proust, spalancando una voragine su una famiglia il cui tripudio di risentimenti reciproci per lungo tempo è stato nascosto da un solido diaframma di ipocrisia borghese.
Se dei genitori di Proust sappiamo tutto, il fratello Robert e sua moglie Marthe sono un mistero. Di loro nella Recherche non c’è traccia. Come se Proust, in quel processo di purificazione cui sottopose il suo alter ego romanzesco (il Narratore non è omosessuale, né ebreo, né snob, né fallito), avesse scelto di assassinare il fratello: forse per salvaguardare l’esclusività del rapporto tra il Narratore e la Madre, o forse per una perfida vendetta di primogenito.
Ma il destino ha deciso (direi, proustianamente) che proprio Robert ereditasse il reliquiario del fratello. E che alla sua morte tutto quel ben di Dio passasse nelle mani della sua vedova di cui la Foschini ci fornisce un ritratto desolante: «Madame Proust è una signora gentile, gravata dai dispiaceri familiari e dalle difficoltà economiche.
Non ha capito, non sa bene cosa suo cognato rappresenti nella letteratura. Non ha mai letto la Recherche. Per lei Marcel è solo un personaggio inquietante che ha tradito la rispettabilità della famiglia e ha scritto cose sconvenienti ».
Sì, ecco chi è l’erede di Marcel Proust. Una che non solo non sa cosa ha in mano ma che se ne frega di scoprirlo. Una che odia la famiglia del marito al punto che, una volta vedova, trasloca in una casa alla cui porta si rifiuta di apporre il nome di «Proust», forse perché se ne vergogna («mio cognato era un essere bizzarro») o forse per un legittimo desiderio di vendetta.
È da questa donna che Guérin acquista tutto quello che c’è da acquistare. Una lotta contro il tempo: la matta ha già incenerito «le lettere d’amore di Marcel, molte di quelle mondane» ma soprattutto «note e bozze preziose del suo lavoro». Guérin fa il possibile. Finché non s’imbatte nel cimelio più intimo: il cappotto di Proust, quello foderato di pelliccia delle ultime fotografie, quello sotto il quale si protegge nelle snervanti notti passate a scrivere tra le coperte della gelida stanza parigina. Guérin scopre che Marthe Proust (date un occhio alle iniziali del nome!) ha regalato al suo amante il cappotto del cognato, affinché lo usi per proteggere le gambe e i piedi quando va a pesca sulla Marna. Esiste dissacrazione più proustiana?
Che non solo somiglia ai gesti profanatori di cui lo stesso Proust si era reso responsabile (i mobili dei genitori donati a un bordello per omosessuali). Ma che replica l’atteggiamento con cui Gilberte Swann nella Recherche si sbarazza pian piano del nome del padre.
Così la vita si vendica di Proust: il più illuminato cantore della ferocia distruttrice dei figli a danno dei genitori, il più geniale distributore di contrappassi dai tempi di Dante, dall’aldilà, contempla la sua memoria terrena (rappresentata da oggetti quotidiani e da un cognome) affidata alle cure di una parente acquisita piena di risentimento!
Siamo nel cuore segreto della Recherche. Un’opera che è sciocco considerare nient’altro che complessa sinfonia della Memoria. Lo strato di glassata nostalgia che l’ammanta e la protegge è per l’appunto uno strato (ad uso di lettori che amano essere blanditi e consolati). Sotto al quale scorre un fiume nero: l’Oblio.
Provate a pensarci: lo sforzo di memoria profuso dal Narratore serve a colmare il vuoto enorme dell’Oblio: vero coprotagonista della Recherche. Forse alla famosa dialettica tra Memoria volontaria e Memoria involontaria bisognerebbe affiancarne un’altra non meno rappresentativa: quella tra Oblio deliberato e Oblio fortuito. Il primo che ti spinge alla dissacrazione o alla smemoratezza: Bloch (uno degli ebrei della Recherche) che, nel suo mimetismo giudaico, modifica le proprie generalità, tradendo di fatto la famiglia. Il secondo (l’Oblio fortuito) che storce e cancella: il Narratore lo affronta dopo la morte di Albertine e ne rimane scottato.
Quando perdi qualcuno ci metti poco ad accorgerti della rapidità con cui dimentichi i suoi lineamenti, il suo odore, la sua voce. Possibile che una simile intimità si dissolva nel niente? È contro la beffarda inesorabilità di questo processo di annientamento che la Recherche fu scritta.
Una volta Daria Galateria (una delle più importanti proustiane in circolazione) mi chiese: «Sai perché a Proust interessava tanto disseminare nel libro tutti quegli enigmi?». «Era un giocherellone? ». «Voleva che continuassimo a cercarli e a svelarli. Un ingegnoso modo per non invecchiare. Un passepartout per la giovinezza

Saghe

Il mistero del fratello Robert e della moglie Marthe che si vergognava del cognato Marcel Proust nel giardino dell’«Hotel Splendide» di Evian attorno al 1905
eterna».

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