Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini, Pelosi e quel Jekyll degli «Scritti corsari»

Sarebbe stato il libro che lo scrittore avrebbe regalato all’ex «ragazzo di vita»

«Un giorno mi portò un libro in cui si definiva lui stesso uno che a volte cambiava come Dr Jekyll e Mr Hyde». Pino Pelosi davanti alla macchina da presa di Roberta Torre lascia intendere che l’incontro del primo novembre ’75 con Pasolini non fu l’unico. Che si frequentavano già da tempo. Che c’era qualcosa di più. Cita, comunque, Jekyll e Hyde, ed è un riferimento molto singolare. Anche perché, seppure da sempre affascinato dal tema del doppio, Pasolini ricorre alla coppia creata da Stevenson solo nell’approssimarsi della fine. Negli anni fra il ’74 e il ’75, quelli della stesura di Petrolio, rimasto incompiuto. Proprio in Petrolio, nella descrizione del protagonista Carlo, compare il nome di Jekyll. Ma era quello il testo dato a Pelosi? Se così fosse, si sarebbe trattato di una cartella dattiloscritta. Ma Pelosi parla di un libro. E un libro c’è, anche se in quel momento ancora in bozze. È Scritti corsari, la raccolta di articoli apparsi fra il ’73 e il ’75 sul «Corriere della sera» e altri giornali, che Pasolini aveva appena finito di revisionare per Garzanti.
In quel volume, dunque, compare il testo cui allude Pelosi. Sta nel lungo articolo pubblicato su «Paese sera» (8 luglio ’74) col titolo Lettera aperta a Italo Calvino: Quello che rimpiango. Replicando alle accuse di nostalgia per «l’Italietta piccolo- borghese, fascista, democristiana», Pasolini aggiunge: «Io so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so perché, in parte, è anche la mia vita. (…) Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io, come il dottor Hyde, ho un’altra vita. Nel vivere questa vita devo rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell’Italietta, e sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletario e il mondo operaio. L’ordine in cui elenco questi mondi riguarda l’importanza della mia esperienza personale».
L’indicazione di questa pagina corsara (in cui c’è un curioso lapsus, che Pasolini non corregge: il dottore è Jekyll, non Hyde) si deve a Fabrizio Gifuni che la cita nei materiali che corredano il video di ‘Na specie de cadavere lunghissimo, il monologo andato in scena nel 2004. E Gifuni collega l’articolo di Paese sera a quanto Pasolini disse a Furio Colombo poche ore prima della sua morte. Denunciava, lo scrittore, l’«ordine orrendo» che attraverso l’educazione («avere, possedere, distruggere») fa sì che tutti siano «pronti al gioco del massacro». E poi diceva: «Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. E’ come uno che scende all’inferno. Ma quando torno — se torno — ho visto altre cose, più cose». Quella notte, comunque, non sarebbe tornato dall’inferno.

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