Dalla rassegna stampa Cinema

«Nelle nostre soap troppo melò e tanta censura della politica»

…In diverse serie tv statunitensi si parla di identità sessuale e di politica con disinvoltura. Perché in Italia sono ancora argomenti tabù?…

Se volete imparare come si scrivono copioni per le fiction tv, quali sono le tecniche e le strategie drammaturgiche da adottare, le opzioni produttive da intraprendere, Gino Ventriglia è l’uomo che fa per voi. Il cinquantaquattrenne story editor napoletano, oltre ad aver scritto serie tv per Rai ( Un posto al sole ) e Mediaset, come script per il cinema ( Arrivederci amore ciao ) è un grande divulgatore e conoscitore della materia, depositario di ogni segreto della tv italiana di cui conosce storia, limiti e potenzialità.

Quando inizia in Italia l’interesse industriale per la fiction tv?
Negli anni 80 Massimo Fichera, direttore di Rai Due, fece uno studio sulla fattibilità dei serial televisivi a produzione italiana. All’epoca, eccetto La Piovra , c’erano solo alcuni titoli americani. Dagli studi di Fichera si evinceva che il pubblico televisivo gradiva quella produzione, a differenza di quanto accadeva al cinema, dove stava avvenendo un rigetto per le storie e le facce delle produzioni italiane.

Dopo qualche timido esperimento nel ’96 è nato su Rai Tre l’exploit di “Un posto al sole”, la prima soap opera italiana giunta oggi alla 2600esima puntata…
Fu Giovanni Minoli a volerlo, dando così nuova linfa al centro produzione Rai di Napoli che era in grossa crisi. Contattò la casa di produzione australiana Grundy che aveva creato una soap di successo intitolata Neighbours . Venne esportato lo script concept, quello di una strada con i diversi vicini di casa che interagiscono tra loro. Dall’agosto del 1995 e per due anni ho scritto le prime due edizioni della soap. Con Un posto al sole è nato in Italia il concetto produttivo del daily serial. Un nuovo imprinting drammaturgico e produttivo per ottenere un numero minimo di minuti di copione e di girato quotidiano. Inoltre abbiamo mescolato il nero e il rosa, l’intrigo e la passione ad un tocco di commedia leggera coinvolgendo così un pubblico più ampio che è riuscito a comprendere anche molti spettatori uomini.

Da cosa è caratterizzata la produzione di fiction televisiva italiana?
Con le news la fiction è un aspetto fortemente identitario per le diverse reti. Per le dirigenze dei network ha significato sia allocare risorse pubblicitarie, ma soprattutto costituire un immaginario omogeneo per la stessa rete. Rai Uno, ad esempio, la riconosciamo nel Tg1, ma anche in quell’orientamento familiare di certe serie tv che so già cosa e come me lo raccontano: pensiamo a Don Matteo , giunto alla nona edizione. Lo stesso procedimento di fidelizzazione e riconoscibilità avviene anche nelle tv private.

Perché nella fiction degli ultimi anni non riusciamo ad uscire dalla trappola del racconto fotocopia di santi ed eroi tra tv pubblica e privata?
Da un punto di vista industriale sulla miniserie di due-tre puntate si giocano i maggiori investimenti della tv italiana, da qui i doppi Padre Pio o Giovanni XXIII . Dall’altro storicamente scontiamo un limite culturale: non abbiamo una tradizione forte di genere. Non produciamo horror (l’ultimo che ricordo è Il segno del comando ), thriller psicologico duro, fantasy, fantascienza. Poi siamo ancora troppo ancorati alle radici del melò, del fotoromanzo, oramai una tipica tonalità del racconto italiano.

In diverse serie tv statunitensi si parla di identità sessuale e di politica con disinvoltura. Perché in Italia sono ancora argomenti tabù?
E’ evidente la distorsione del nostro duopolio tv. La politica è dentro a questo sistema fino al collo e ne condiziona i contenuti svolgendo un’attività censoria. La cultura statunitense si basa sulla laicità dello stato, sulla libertà di espressione e parola. Pensate a come già negli anni 70 un telefilm come All in the family vedeva contrapposti Archibald, un reazionario sempre seduto in poltrona che inveiva contro neri ed omosessuali, e suo genero Michael (il futuro regista Rob Reiner) di orientamento apertamente democratico.

E nella produzione cinematografica italiana quali le sembrano i problemi odierni?
Il cinema ha sempre avuto la possibilità di raccontare qualcosa in modo più immediato e corrosivo. Ma oggi è troppo dipendente dai finanziamenti statali e dai diritti televisivi che ne condizionano forma e contenuto. Un film non banale come Il Divo si è cercato con successo co-finanziamenti stranieri, capitali freschi, slegati da logiche politiche tutte italiane. Buono è il fatto che ci sia questo spirito di intrapresa, ma anche nel cinema serve impegnarsi, come per la tv, nel ricostruire un linguaggio ed un immaginario di genere.

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