Dalla rassegna stampa Libri

Un amore tra geni divisi tra la realtà e i numeri astratti

«Senza una sit com come ‘Will and Grace’, che ha reso banale l’essere gay, mi chiederebbero ancora se mi considero uno scrittore omosessuale» scherza lo scrittore David Leavitt, ospite nei giorni scorsi della Milanesiana con il suo nuovo romanzo «Il matematico indiano»…

«Senza una sit com come ‘Will and Grace’, che ha reso banale l’essere gay, mi chiederebbero ancora se mi considero uno scrittore omosessuale» scherza lo scrittore David Leavitt, ospite nei giorni scorsi della Milanesiana con il suo nuovo romanzo «Il matematico indiano», che vede al suo centro il rapporto, amoroso e professionale, tra due geni dei numeri, l’inglese e accademico Hardy e l’autodidatta indiano Ramanujan. Due menti brillanti, vissute nella prima metà del secolo scorso, cui venne persino intitolato un numero, il 1729, definito proprio di Hardy-Ramanujan: è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi in due modi differenti (1729 = 13 + 123 = 93 + 103).
Per la seconda volta, lo scrittore americano torna a scrivere di matematica: «un tema che mi affascina perché – spiega in buon italiano l’autore, che ha vissuto a Firenze, Roma, e in Maremma – la creatività del matematico, che vive in un mondo astratto, senza politica e sesso, è assolutamente diversa da quello dello scrittore, che vive immerso nel mondo».
In realtà, il protagonista del suo romanzo, l’accademico Hardy, «vive un’esistenza divisa tra i numeri e la realtà, perché era un pacifista dichiarato, un omosessuale non nascosto, e anche un fan del cricket».
Non a caso, Hardy è noto anche al di fuori del suo ambito, grazie al suo «Apologia di un matematico», un saggio del 1940 sull’estetica dei numeri, considerata una delle migliori introspezioni nella mente di un matematico.
«La figura di Hardy è anche la porta nascosta attraverso cui entrare in un mondo che mi aveva sempre affascinato – racconta Leavitt – quello di Cambridge, che era una bolla di liberalismo nell’Inghilterra conservatrice».
Nonostante la carriera accademica, «Hardy ha sempre vissuto la scissione interiore tra l’essere un insider e sentirsi un outsider, una sensazione che io, come scrittore – rivela – provo spesso, perché vengo pubblicato da grandi case editrici, ma al mio interno mi sento ancora, spesso, fuori dal sistema».
Per Hardy e Ramanujan il conflitto tra numeri e reale era ancora più forte di quello socio-politico patito da Leavitt: «Entrambi, come John Nash, cui è stato dedicato il film ‘A beautiful mind’, hanno provato a togliersi la vita (E Hardy, al secondo tentativo, ci è riuscito, ndr). Ci sono tanti matematici con grandi problemi psicologici perché viaggiare tra due mondi, quello astratto, dei numeri, e quello reale, è difficile: il passaggio è estremo».
Anche perché la matematica di cui si parla nel libro non è quella utilitaristica, dei calcoli e delle percentuali: è matematica pura che, secondo Leavitt, sconfina nell’ontologia, addirittura nella teologia.
«Quando si parla dei rapporti tra la natura e l’ordine – spiega – si entra sempre nel campo della religione, per questo i matematici puri vogliono liberare la loro disciplina dal calcolo, tanto che al ristorante – scherza – rifiutano persino di dividere il conto».
Nonostante il fascino della scoperta di un campo sconfinato come la matematica pura, cui dedicherà – annuncia – anche il prossimo libro, Leavitt, già autore di ‘Il voltapagine’ e ‘Martin Bauman’, rimpiange di essere solo «un turista» tra i numeri.
«La colpa – accusa – è del sistema scolastico, dove non si arriva mai al livello più sofisticato, e affascinante, della matematica».
David Leavitt è uno dei più affermati narratori americani, da quando ad appena 23 anni (è nato a Pittsburgh nel 1961) divenne un classico precoce con i racconti di ‘Ballo di famiglia’.
«Ho scritto quello che avrei voluto leggere quando ero adolescente, ma che nessun libro raccontava» dice per spiegare non solo le sue scelte di scrittore, ma anche la sua esplicita e ricorrente personalità di intellettuale omosessuale».
«Il matematico indiano» è la storia di un intenso rapporto intellettuale, che sfocia in una relazione omosessuale e ha per sfondo uno dei più tipici ambienti universitari inglesi, il Trinity College di Cambridge; la storia di G.H. Hardy, 37 anni, brillante matematico, che nel gennaio del 1913 riceve da uno sconosciuto ammiratore della sua opera una lettera in cui, con ogni evidenza, si cela un eccezionale talento. L’autore della missiva è un umile contabile di Madras, di nome Srinivasa Ramanujan; dichiara di possedere la soluzione di un importante problema matematico che lo stesso Hardy aveva impostato in un suo scritto, senza essere in grado di risolverlo.
Inizialmente scettico, Hardy decide tuttavia di crearsi l’occasione di un viaggio in India, in compagnia di alcuni amici, allo scopo di conoscere il misterioso corrispondente. Al suo arrivo troverà un giovane impiegato, che possiede un genio assoluto per il calcolo. Da quel giorno tra Hardy e Ramanujan nasce un intensissimo rapporto di collaborazione, che in seguito al trasferimento di quest’ultimo in Inghilterra, sfocerà in una difficile e contrastata relazione d’amore. Dipanando con la sapienza del grande narratore un episodio cruciale della storia del pensiero matematico, Leavitt esplora nel suo romanzo temi come il genio e l’identità, disegnando la complessa dinamica umana e culturale tra due uomini, l’uno convinto che la matematica altro non sia che la rigorosa verifica di verità relative, l’altro imbevuto dell’orientale, suggestiva certezza che i numeri invece sono gli scintillanti riflessi della metafisica. Un contrasto intellettuale, che è anche il riflesso della abissale differenza fra due mondi: quello silenzioso, organizzato e piovoso di Cambridge; e quello squallido, rumoroso e assolato dell’India di inizio secolo.

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