Dalla rassegna stampa Libri

Volevamo fare la rivoluzione

Protagonisti di un’epoca – In un libro la Firenze rock e trasgressiva del locale Banana Moon – Bruno Casini racconta i sogni di una generazione

Un disco e un libro usciti, per caso, quasi contemporaneamente. Entrambi documentano un pezzo di storia, anni in cui Firenze stava per fare il grande balzo negli anni Ottanta, i gloriosi, magnifici e per certi versi terribili anni Ottanta. Il disco è “Oscillator” dei Neon, una delle grandi band della new-wave italiana. Il libro lo ha scritto Bruno Casini, che ha vissuto in prima persona il fermento culturale di quel periodo, essendo – tra l’altro – fra gli ideatori della rivista “Westuff” e dell’Indipendente Music Meeting. Stavolta ha sentito l’esigenza di raccontare un frammento della propria vita e della vicenda di quello che era molto più che un semplice locale. “Banana Moon, c’era una volta un freak-rock club a Firenze, sul finire degli anni Settanta”, edito da Zona (pp. 160, 15), è infatti il resoconto di una piccola rivoluzione che scosse la città e, in qualche modo, pose le basi per ciò che in seguito avrebbe avuto una portata ben più ampia, epoca in cui Firenze fu al centro del mondo.
“Tutto nacque da un viaggio a Londra nel ’76 ed una incursione al Marquee Club, dove suonava un gruppo allora sconosciuto, gli AC/DC” ricorda Casini. “Il club londinese ci diede la spinta per realizzare una cosa analoga nella nostra città e così nacque il mitico Banana Moon in Borgo Degli Albizi. Siamo stati il primo locale alternativo della città, il primo palcoscenico veramente “out” fiorentino”.

Come si collocava nella realtà cittadina?
“La sua nascita, il 2 marzo 1977, fu salutata positivamente dalla stampa: tanti articoli e segnalazioni pure a livello nazionale. Fino alla chiusura, il 12 aprile 1980, fummo supportati anche da molte radio “libere” come Controradio e Radio Cento Fiori. Era uno spazio di rottura rispetto alle realtà tradizionali che c’erano in città. Volevamo mostrare quel “sommerso” culturale che stava nascendo in tutta Italia, dal teatro off al nuovo rock, dal cinema underground alle sperimentazioni sonore, dal jazz fiorentino al progressive europeo. Il pubblico rispose alla grande, con quasi cinquemila soci il primo anno, nonostante lo spazio contenesse appena 200 persone. La gente ci amava, si creò un clima di amicizia e molti ci davano consigli sulla programmazione”.

Ciò che colpisce è la varia umanità che lo frequentava e la volontà che essa aveva di sfuggire all’omologazione.
“Era un posto di ‘frontiera’ e c’era di tutto, dai rockettari ai primi punk, dallo studente universitario fuori sede al fruttivendolo del quartiere, dall’intellettuale al militante politico, dal tossico intelligente al jazzista cool, dallo scrittore under 21 al musicista new wave. Il nostro pubblico contava un giovanissimo Piero Pelù, ma anche Gianni Maroccolo, Nicola Vannini dei Diaframma, Stefano Fuochi e Marcello Michelotti dei Neon e tanti altri. Oggi è difficile trovare un locale variegato come il Banana Moon. A distanza di oltre 30 anni se ne parla ancora”.

Un altro elemento è l’apertura di quel pubblico verso le novità, ma anche la sua mancanza di scrupoli nel castigare la mediocrità.
“Lo spettatore del Banana Moon era molto disponoibile, ma anche assai severo. Molti spettacoli furono osteggiati o comunque criticati aspramente. Senz’altro le sperimentazioni fini a se stesse non passavano, specie il teatro di ricerca o qualche performance di musica contemporanea. Però tutto avveniva sempre in maniera civile e democratica, attraverso contestazioni che poi finivano in sane discussioni fino all’alba. Oggi lo spettatore è influenzato da tantissime altre scelte, a differenza degli anni settanta ci sono più proposte, ma anche maggiore dispersione”.

Dopo i libri “1975: viaggio in Afghanistan”, “Tondelli e la musica” e “Frequenze fiorentine”, contnui ad occuparti di un periodo che va dagli anni settanta agli ottanta. Semplice nostalgia?
“Sono gli anni in cui mi sono formato, perciò occuparmi di quel periodo e raccontare tutte quelle ‘avventure culturali’ mi ha aiutato a capire la passione, la creatività, il coraggio di vivere in maniera ‘rock’. Per noi il Banana Moon non era soltanto un locale, ma uno stile di vita, convivere con tutti quegli artisti che sono passati su quel palcoscenico, amici come Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ivan Cattaneo, Alberto Camerini, i Cafè Caracas con dei giovanissimi Raf e Ghigo Renzulli, Marcello Michelotti dei Neon, i Gaznevada, gli Skiantos, Dominot e tanti altri”.

E c’era un negozio di dischi, Contempo, che come luogo d’incontro era un po’ come il banana Moon. Oggi che i negozi chiudono, come è accaduto di recente per Wide a Pisa, e i locali di musica fanno tanta fatica, le cose sono forse cambiate in peggio?
“Senz’altro. Anche a Firenze stanno chiudendo i negozi di dischi, la sera si esce meno, con Internet sono cambiate tante cose. Frequentavo assiduamente Contempo per comprare i dischi, allora in vinile, che mandavo al Banana Moon. Dischi che poi venivano passati in continuazione, dai Krafterwerk ai sex Pistols, da Joni Mitchell a John Coltrane, dai Clash ai Police”.

C’è un episodio che racchiude in sé tutta l’esperienza del Banana Moon?
“E’ difficile raccontarne uno solo, ma quello che ricordo con maggiore gioia è lo splendido concerto di Franco Battiato, da solo al pianoforte, commovente, algido, da brivido”.

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