Dalla rassegna stampa Cinema

Annie Proulx - Requiem per il Wyoming

La scrittrice annuncia l’uscita del nuovo libro dedicato alla terra che per dieci anni ha ispirato la sua narrativa. «Sarà l’ultimo» – Annie Proulx si dice «profondamente segnata» dalla morte di Heath Ledger, il ventottenne attore australiano che ha immortalato sullo schermo il personaggio di …

«Il deserto vicino a Brokeback Mountain è inquinato: ora racconterò altri luoghi»

La svolta
Oggi mi interesso di storia e di archeologia; e di Paesi come il New Mexico, la Nuova Zelanda e la Groenlandia La trilogia
Con l’uscita a settembre negli Usa di «Fine just the way it is. Wyoming Stories 3», l’autrice conclude la trilogia dedicata allo Stato in cui vive

NEW YORK — Annie Proulx si dice «profondamente segnata» dalla morte di Heath Ledger, il ventottenne attore australiano che ha immortalato sullo schermo il personaggio di Ennis Del Mar, il cowboy gay protagonista, insieme a Jack Twist (Jake Gyllenhaal), di I segreti di Brokeback Mountain diretto dal taiwanese Ang Lee. «La sua prematura scomparsa mi ha sconvolto», racconta la scrittrice settantaduenne, vincitrice dei prestigiosi Pulitzer e National Book Award nel 1994 per Avviso ai naviganti (Baldini Castoldi Dalai). «Non mi sembra possibile che un ragazzo tanto giovane e intensamente vivo e talentuoso, con la promessa di una grande carriera davanti a sé, sia potuto sparire all’improvviso nel nulla». Quando Ledger, che lei aveva incontrato più volte, fu snobbato dall’Academy Awards nel 2006, la Proulx uscì dal suo leggendario isolamento in un paesino del Wyoming per firmare un editoriale di fuoco sull’inglese Guardian in cui attaccava «la stolta miopia della macchina dietro le quinte dell’Oscar ». «Ero infuriata perché il film non aveva ottenuto la statuetta di Best Picture e perché la sublime interpretazione di Heath era stata snobbata — incalza —. Quel ragazzo aveva capito più di ogni altro il suo personaggio. Tra tante interpretazioni esemplari, la sua resta la più vera e indimenticabile».
Nel suo prossimo libro, Fine just the way it is, in uscita negli Usa il prossimo settembre (in Italia sarà pubblicato da Mondadori), la Proulx torna a rivisitare l’adorato Wyoming. Il volume di 240 pagine (Scribner editore) è una raccolta di nove racconti (sottotitolo:
Wyoming Stories 3) che concludono la trilogia iniziata nel 1999 con Close Range: Wyoming Stories ( Distanza ravvicinata, cui fa parte il racconto breve Brokeback Mountain, edito in Italia da Baldini Castoldi Dalai) e proseguita nel 2004 con Bad Dirt: Wyoming Stories 2 ( Storie del Wyoming).
«È l’ultima puntata di un’ossessione durata dieci anni per la storia, la cultura e le vite della Wyoming rurale — spiega la Proulx —. Anche quest’opera è un misto di storia e fantasia, immaginazione e realtà ». Uno dei nove racconti si intitola The sagebrush kid, dal nome di una pianta originaria del deserto del Wyoming. È la storia un po’ bizzarra di una coppia del Far West, proprietaria di una stazione per diligenze, che non riuscendo ad aver figli decide di adottare un’artemisia tridentata (sagebrush).
«Mamma e papà nutrono la loro piantina con ossa e sughi di carne — afferma —. Finché cresce a tal punto da rendere la loro stazione famosa. O meglio malfamata». Il racconto finisce anni dopo, «quando la piccola artemisia scopre di avere una cugina di nome Audrey». Inutile sperare in una quarta puntata, anche se il libro dovesse diventare un bestseller: «I miei interessi oggi vanno in altre direzioni — puntualizza —. Verso la storia e l’archeologia, il New Mexico e l’Europa, la Nuova Zelanda e la Groenlandia ».
Sarà. Eppure quelle montagne nevose dove vive e che l’hanno resa famosa sono tornate a far da sfondo anche in Red Desert. Il libro — edito lo scorso dicembre dalla University of Texas Press — che documenta la storia, passata e presente, di uno degli ultimi paradisi perduti degli Usa, oggi a rischio di estinzione: il Deserto Rosso del Wyoming. «È un’area di circa 23 mila chilometri quadrati, fino a ieri l’ultimo rifugio vergine per la fauna e la flora indigene. Negli ultimi anni è stato preso d’assalto dai colossi energetici, che hanno iniziato a perforarlo alla ricerca di gas metano, spargendo distruzione e morte». È un progetto a più mani, con il contributo di una squadra di geologi, paleontologi, ornitologi, antropologi e archeologi e sarà corredato dalle drammatiche foto di Martin Stupich, il fotoreporter noto per i suoi reportage dal Vietnam, Giappone e Cina. «È più un requiem che un appello agli ecologisti — mette in guardia la Proulx — perché è ormai troppo tardi per fermare la distruzione. Il nostro obbiettivo è mostrare gli animali, uccelli, piante, coloni, ferrovie, forti e battaglie che un tempo hanno reso grande ed unica questa regione».
Da due anni la Proulx resiste agli inviti di Hollywood a scrivere un seguito di Brokeback mountain.
«Non ci sarà mai il sequel per quel film — assicura —. Il cinema oggi dipende troppo dalla letteratura per cercare idee, trame, personaggi. Il pubblico sembra convinto che un libro ha valore solo se trasformato in film. Molti scrittori la pensano allo stesso modo e offrono zelantemente le proprie opere ad agenti cinematografici e ad amici di amici con contatti a Hollywood. Per quanto mi riguarda è a dir poco improbabile che un’altra delle mie storie finisca al cinema».
La metamorfosi di Brokeback Mountain dalla pagina agli spalti di Broadway però non la preoccupa. «Un produttore vorrebbe portarlo in un teatro newyorchese — conferma la scrittrice —. Siamo in fase preliminare e non c’è ancora nulla di decisivo». Nella Manhattan tanto diversa dal suo selvaggio West, la Proulx è di casa. Il mese scorso l’autrice ha partecipato al Pen World Voices dove invece di presentare un suo inedito, come negli anni passati, ha preferito leggere una selezione di scritti tratta da
Langrishe, Go Down di Aidan Higgins. «È lo scrittore irlandese vivente forse più celebre e rispettato, in America completamente sconosciuto — racconta —. Ha oltre 80 anni ed è quasi cieco. Mi è parsa una fortuna straordinaria poterlo introdurre ai newyorchesi ». Ultimamente i giornali hanno parlato di lei anche per un evento che non ha nulla a che fare con la scrittura: The writer’s brush, la mostra di quadri realizzati da celebri scrittori, vivi e morti, tra cui Tennessee Williams, Kurt Vonnegut, Günter Grass, Tama Janowitz, allestita in varie gallerie Usa.
«Mia madre e mia sorella erano pittrici — precisa, quasi a giustificare questa sua passione segreta —. A casa nostra dipingere era un’attività quotidiana come dormire e mangiare. Ancora oggi realizzare uno schizzo è per me un aiuto mnemonico ben più efficace delle parole per aiutarmi a fissare e ricordare paesaggi, luoghi, momenti e odori». Il suo artista preferito? «Goya. Quando vado a Madrid prenoto in un albergo vicino al Prado per correre a studiare le sue opere. La mia copia di Goya curata da Robert Hughes è lisa e consunta».
Al contrario di molti altri scrittori americani, lei si rifiuta di partecipare ai workshop organizzati dalle università americane per i giovani aspiranti scrittori. «Il miglior modo per imparare a scrivere è leggere. La maggior parte degli studenti universitari sono abissalmente illetterati. Il mio consiglio alle nuove generazioni: non scrivete nulla per qualche decennio e trovatevi un lavoro interessante per mantenervi alla lettura. Leggete i classici e studiate le lingue straniere per accedere agli originali. Poi, quando siete pronti, seguite l’istinto».

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