Dalla rassegna stampa Cinema

John Ryder e' tornato... "The Hitcher" La lunga strada della paura, non e' ancora finita!

… Il film di Robert Harmon del 1986 era … anche una splendida parabola sulle paure dell’omosessualità. Il rapporto tra John Ryder (Rutger Hauer) e Jim Halsey (Chris Thomas Howell) era spinto (anche visivamente) nella rappresentazione ambigua e seducente di una omosessualità latente fatta di …

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Il remake di “The Hitcher” è una operazione in puro Michael Bay style e di conseguenza dell’originale riprende solo alcuni tratti della storia (così era già accaduto per “Amityville Horror”, “Non aprite quella porta”), e spazza via ogni ambiguità e ogni sottotesto. Il film di Robert Harmon del 1986 era si un road-movie agghiacciante e morboso che non concedeva un attimo di sosta allo spettatore, ma era anche una splendida parabola sulle paure dell’omosessualità. Il rapporto tra John Ryder (Rutger Hauer) e Jim Halsey (Chris Thomas Howell) era spinto (anche visivamente) nella rappresentazione ambigua e seducente di una omosessualità latente fatta di simboli fallici (coltelli, pistole, tamponamenti) e di situazioni esplicite (il confronto nella tavola calda nel finale del film e l’omicidio di Ryder, che non casualmente avviene “da dietro”). Evidentemente questo aspetto ambiguo (vero punto di forza della pellicola di Robert Harmon), perfettamente incarnato dalla maschera “affascinante” di Rutger Hauer, non interessa a Michael Bay e al suo regista Dave Meyers. “The Hitcher” esce nelle sale italiane Venerdì 30 Maggio.

The Hitcher 2007 è solo un “gioco”, pericoloso e visivamente accattivante certo, ma è parente stretto più del videogame che del cinema. Nel 1975 Jean Baudrillard chiudeva così una tavola rotonda intitolata La Morte Automobilistica: “Qui è in questione il problema della regola del gioco. Ogni regola del gioco è affascinante. Un gioco non è che questo e il delirio del gioco, il piacere intenso del gioco proviene dalla chiusura nella regola”. Da qui la coppia Bay/Meyers costruisce lo schema del film: c’è un master, John Ryder (Sean Bean), che detta le regole e dei players, un ragazzo e una ragazza, (come in tutte le pellicole /favole di Bay), Jim Halsey (Zachary Knighton) e Grace Anderws (Sophia Bush), e uno spazio entro cui giocare (il deserto del New Mexico). La storia è semplice e lineare e contiene al suo interno quella dualità tra attante e opponente (derivata da Propp) che come in tutte le favole si risolve con la sconfitta/morte del cattivo.

Grace Andrews e Jim Halsey sono una coppia di collegiali che parte per le vacanze primaverili a bordo di una vecchia macchina degli anni settanta. Durante il tragitto incontrano un uomo e da quel momento il loro viaggio di piacere si trasformerà in un incubo. Non riusciranno più a liberarsi di lui e dovranno lottare per salvare le loro vite.

La macchina abbandonata, il pulmann da rottamare, su cui campeggiano le scritte religiose sono simboli di una realtà alla deriva che ha relegato nel suo passato prossimo la preghiera e l’invocazione di salvezza per la propria anima. Quello che rimane è un deserto arido e spietato dove i contendenti “giocano” una battaglia dura e selvaggia per la riconquista del proprio spazio e, probabilmente, della propria fede. La religione in “The Hitcher” è priva di quell’aspetto salvifico che assiste i fedeli, ma anzi si integra al meglio in un contesto nero dove lo strumento del predicatore non è più la bibbia bensì la tentazione, sovvertendo inevitabilmente il rapporto tra pastore e peccatore. Solo nel finale del film il quadro viene ricomposto, la tentazione sconfitta e la donna trionfa (con il suo desiderio di maternità) sull’orrore da lei vissuto. Non è quindi casuale che sia Grace (Grazia) a “schiacciare” definitivamente il diavolo John Ryder, in un’immagine plastica che è rivisitazione moderna della Madonna che schiaccia il serpente. John Ryder è quindi stretto parente di quell’Harry Powell (Robert Mitchum) che in “The Night of The Hunter” (capolavoro di Charles Laughton del 1955) se ne andava in giro ad uccidere giovani vedove con le scritte “Love” e “Hate” sulle nocche delle mani destra e sinistra. Un pastore che predica Amore attraverso la parola di Cristo, ma che semina morte per avidità di denaro e per il perseguimento dei propri nefasti interessi.

“The Hitcher” di Bay/Meyers si muove nello stesso ambiente in bilico sia sul limite tra Bene e Male (prerogativa del libero arbitrio) sia su quello “naturale” tra orrido e meraviglioso. La dimensione favolistica, incarnata da tutto il cinema diretto e prodotto da Michael Bay, trova la sua raffigurazione per immagini nell’inseguimento centrale, dove un incredibile carambola, condita di esplosioni e rallenty, diventa metonimia plastica e “artistica” (la scena è strutturata e girata come un videoclip) della morte videoludica intrinseca del cinema del regista californiano.

Favola, gioco e meraviglia, sia in positivo che in negativo, trovano la loro fusione teorica in “The Hitcher”: non importa se l’impianto è puerile, i dialoghi improvvisati e l’ambiguità bandita del tutto, quello che conta è stupire con un meccanismo (perfettamente oliato) che non riserva sorprese, ma che è sempre in grado di affascinare uno spettatore eterno-bambino, che vive perennemente in attesa del prossimo gioco e dell’ennesimo lieto fine fiabesco.

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