Dalla rassegna stampa Libri

Marcel proust e il suo cappotto

Un saggio di Lorenza Foschini che vira verso il “giallo” – Era un soprabito grigio scuro, foderato di lontra, che lo scrittore teneva anche cenando al Ritz e che posava sul letto come tiepido scrittoio nelle veglie del romanzo

Cominciò con un´appendicite, nell´estate del 1929. Fu chiamato un notissimo chirurgo: era in vacanza a Vichy. Ma per operare Jacques Guérin, il grande industriale dei profumi, il medico rientrò di corsa a Parigi. Rimessosi, Guérin andò a studio dal chirurgo, per ringraziarlo, e saldare il conto. Il medico di fama si chiamava Robert Proust, il fratello riuscito di Marcel – aveva ripreso con successo la professione paterna, devoto al papà al punto di sposare la figlia della sua amante. E siccome il paziente si mostrava interessato, aprì lo sportello a vetri della libreria, e gli mostrò la lunga linea nera dei quaderni su cui il fratello, di notte, aveva scritto la Recherche, la «cattedrale» fitta di una scrittura, dice Lorenza Foschini ne Il cappotto di Proust (Portaparole, pagg. 80, euro 12 – Il libro viene presentato oggi alle 18 a Parigi, all´Istituto italiano di Cultura da , Andrea Carandini e Claude Arnaud ndr) «angolosa, irregolare, secca, accavallata, discendente, rapidissima».
Guérin era allora giovane; emozioni come quella lo resero nella vita (e visse quasi cent´anni) uno dei più grandi bibliofili e collezionisti d´Europa. Un giorno, in una libreria di Parigi – Robert Proust era appena morto – incontrò un signore che possedeva delle carte di Proust, e perfino alcuni suoi mobili. Era Werner un giovane poco proustiano, rustico ma piacente; era il tuttofare della moglie – ora della vedova – di Robert Proust. La signora doveva liberare la casa, «sommersa di carte»; avevano bruciato una marea di cose; i mobili senza valore, se voleva, il signor Guérin poteva averli per 1500 franchi.
Grato della somma, Werner regala a Guérin, senza capire, una reliquia: l´ultimo cappotto di Proust, grigio scuro foderato di lontra, che lo scrittore teneva anche cenando al Ritz, e che posava sul letto come tiepido scrittoio nelle veglie del romanzo – nel 1911 Cocteau, per porgerglielo, era balzato sopra il tavolo del ristorante «senza rovesciare», scrisse Proust, «il nero inchiostro dei suoi occhi». A partire da questo ritrovamento, Lorenza Foschini conduce con emozione il lettore verso una sorpresa piccante e grottesca, che avrebbe deliziato Proust. E´ un finale che a posteriori trasforma il corso delizioso del racconto in un giallo – scrupolosamente fondato sulla testimonianza di un bravissimo saggista, Carlo Jansiti, amico da sempre di Guérin (di cui prepara per Gallimard la biografia). Proust, sempre ferito e divertito dall´ambivalenza degli affetti, specie parentali, avrebbe apprezzato la storia della furia distruttrice della cognata, che brucia e svilisce le cose dello scrittore – che a suo tempo aveva dato a un bordello per omosessuali i mobili devoti della casa della mamma, la profanazione essendo il rovescio del sacro.
Con un altro soprabito viene descritto in Normandia Proust da un giovane amico, Plantevignes: di vigogna grigia questo, con una fodera malva troppo vivace; «me l´ha fatta fare Montesquiou», diceva Proust, vergognandosi un po´. Montesquiou, discendente dai re Capetingi, re della mondanità e modesto poeta, dedicava con affetto a Proust i suoi libri. Guérin vide, sul caminetto della casa svuotata dalla furia della cognata di Proust, delle raccolte di poesie di Montesquiou, scampate per caso. Una era una rarità bibliografica. In una poesia su Venezia si leggeva: «Venedig, Venise, Venice / qui fait dire à l´anglais so nice». Montesquiou faceva rimare «Venice» e «nice»: cioè pronunciava, in inglese, Venàis. Fu avvisato, evidentemente, perché fece sparire quella prima edizione, e la ripubblicò senza la quartina avventata. Ma aveva fatto i conti senza Proust – che cita nella Recherche la pronuncia errata dell´amico. Ambivalenza degli affetti, davvero.
Plantevignes, nel descrivere Proust sul divano del Grand Hotel di Cabourg, col soprabito di vigogna grigia, dice che si copriva la bocca con la mano, che era un gesto appunto di Montesquiou: come fosse un nemico superato ormai, ma che avesse però interiorizzato.

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