Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES Il cinema porno in rovina e l'odissea di una albanese

Gara: «Serbis» del filippino Brillante Mendoza e i fratelli Dardenne con «Il silenzio di Lorna», storia di immigrazione e sfruttamento

Cannes
Un qualunque stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un artistico film inglese… Seguendo come guida Wittgenstein e il suo celebre motto, abbiamo saltato ieri l’incontro dei ministri europei della cultura (Bondi compreso), perché sulla Croisette, più che altrove, c’è passione vera per consumi e mercato bassi (ben rimestando lì sotto vanno in ebollizione le immagini e i sentimenti più nobili).
Qui a Cannes, per decenni, tutti i filoni più conturbanti e disprezzati (dall’hardcore al rock movie, dallo psichedelico al kung ku, dall’horror allo splatter, dal demenziale al camp), sono stati come il pifferaio magico per il pubblico colto. Ma quest’anno, colpa di recessione e euro, molte piccole società Usa, messicane, filippine, giapponesi… specializzate nel cinema no budget, hanno dato forfait. E il mitico Jack Hill non arriva più solo per vedere Tromeo and Juliett. È assente perfino Troma, la regina del cinema trash, il cui Poultrygeist – esplicita parodia rurale di Poltergeist – in Usa fa incassi degni di Gomorra. Ma Mister Kaufman non può più permettersi la costosa trasvolata… Dobbiamo scovare, allora, nelle sezioni ufficiali qualcosa di speciale, e di simile. C’è stato un grande Spielberg, per fortuna. E, in competizione addirittura, Serbis (che si può tradurre Il servizietto), la prima, e non ultima, produzione francese di Brillante Mendoza, genio nascente, appena consacrato dal Forum di Berlino con il premio Caligari per Tirador, del cinema filippino. Un film che, dal punto di vista atletico (macchina a mano) deve tutto ai fratelli Dardenne, e per il posto di comando affidato al sonoro, e non al visuale, deve molto a Straub: mirabile e conturbante è l’immagine registrata del traffico cacofonico. Vi si intrecciano i destini, brutalmente materiali, della matriarcale famiglia Pineda, gestrici di sale aggrappate al loro ultimo cinema in rovina, e pure porno, e che si sostiene solo con il lavoro di figli, figlie, anche adottivi, nipoti e zie. Con sempre meno clienti adoratori della super star Vanessa Milano, ma che acquistano il biglietto solo per riprodurne in sala, a pagamento, e per soli uomini, ogni sua pratica innominabile. Eppure non mancano piaceri, abitué e ladri di incassi… Costato 500 mila dollari, e girato in 11 giorni in un cinema (decrepito, pieno di buchi e di cessi kaputt) di Angeles, città di media grandezza, il film è una metafora, non proprio risplendente, dello stato morale e materiale del paese, con tanto di fatale nube cattolica totalizzante (tutto finisce nella processione del venerdi santo): di aborto neanche a parlarne, mentre se si tratta di umani da spedire in Europa si può vedere. Splendida la scenografia (le pareti sono dipinte, e i manifesti scelti con cura filologa, dal regista stesso). Da 300 film all’anno in Filippine si è vertiginosamente scesi a 50. Crollata la quantità, però, Manila, grazie al digitale e al basso costo, è diventata una capitale della ricerca e torna in concorso a Cannes oltre 20 anni dopo Lino Brocka, del cui estremismo emozionale Mendoza è disincantato allievo. Come i fratelli Dardenne, belgi, che hanno fabbricato drammi dark e irritanti, fisici, originali, sporchi e veloci sull’emigrazione e lo sfruttamento proletario, ottenendo già 2 Palme d’oro, Rosetta (’99) e L’enfant (2005). In Belgio i fiamminghi fanno film popolari, i valloni i film da festival. I fiamminghi incassano molto in casa, i valloni solo all’estero, ma in totale di più (pochi profitti in 30 paesi fanno molto denaro). Ma se un film vende e incassa diventa pericoloso per le major. Come Gomorra o questo meno nevrotico del solito, quasi Bresson, quasi Kaurismaki, Le silence de Lorna, odissea di una ragazza albanese sfruttata dal suo connazionale, Sokol, più dolce e creativo di un pappa: meta del duo uno snack bar, in combutta con un malavitoso italiano, Fabio, la sua Lorna è sposata a pagamento a un mafioso russo dopo aver ottenuto la cittadinanza belga sposando Claudy, un giovane drogato perso di Liegi che, se il divorzio non basta, sarà sufficiente uccidere. Una overdose non si nega a nessuno e non insospettisce mai. I sensi di colpa di Lorna (l’attrice kosovara, Arta Dobroshi, e in qualche scena non fa rimpiangere quel corpo idolatrato da Russ Meyer) rendono il finale del film un imprevisto inno alla libertà, tra sganciamento, fuga, pericolo di morte e finale da fiaba gotica.

Tag

Cannes

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.