Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES - Zampate da leoni in carcere e ospedale

…In gara l’Argentina, con il quinto film di Pablo Trapero, «Leonera», di genere carcerario… ospite di una prigione speciale per giovani madri in attesa di processo, da cui uscirà con una condanna a dieci anni (il suo uomo bisex, e probabile assassino, Ramiro, per salvarsi, la inguaia)… …

In gara «Leonera» di Trapero, nella Quinzaine Skolimowski

Ambientato in un carcere speciale per giovani madri, con la partecipazione di 50 autentiche detenute, il film argentino è la storia di una rivolta che si conclude con la fuga in Paraguay. Invece il regista polacco mette in scena un fatto di cronaca in «Quattro notti con Anna»

Cannes Cecità, amnesie, perdita d’equilibrio, deformazione della storia, deambulazioni in spazi rigonfi d’ombre e mistero… È in atmosfere pericolose e noir che «nuotano» i film di Cannes 61. Il più agghiacciante, dato l’argomento, è Valzer con Bashir (recensito accanto), cartoon «educativo» franco-tedesco-statunitense-israeliano su Sabra e Chatila: il regista, che è di Haifa, fa capire, senza potercelo dire, che (manipolare la storia è di gran moda, non solo in Israele) raccontare oggi con esattezza di dettaglio come era ricca e palestinese la sua città, sarebbe peggio che antipatriottico. È già tanto che gli scolari rimangano basiti scoprendo che il mitico Sharon è stato processato a Bruxelles per crimini contro l’umanità o si scandalizzino per il paragone (indiretto) tra tsahal (ovvero l’esercito israeliano, quando era in trasferta «falangista» a Beirut nel settembre 1982) e i soldati nazisti che rastrellavano il ghetto di Varsavia.
In gara l’Argentina, con il quinto film di Pablo Trapero, di genere carcerario, ma non più sulle torture ai comunisti praticate dai macellai fascisti in divisa ma sulle «donne in gabbia». Leonera, ovvero «La zampata del leone» di Julia (l’attrice, Martina Gusman, è la moglie del regista, una grinta da Angelina Jolie) racconta una storia d’oggi ed è la metafora delle virtù e dei difetti dell’Argentina contemporanea. Il succo del film è: non sappiamo ancora bene chi assassinò il paese, ma certo oggi sarebbe il caso di uscire dal sacro ombelico peronista e di guardare meglio alla nostra identità india che a Parigi e Londra, rovesciando i consigli di Borges.
Leonera è infatti una coproduzione (con capitali coreani del sud e brasiliani) tra Matanza Films (la casa di produzione di Trapero, che ha sede nella periferia di Baires, e ha lanciato anche Lisandro Alonso e Albertina Carri) e Servizio Penitenziario Nazionale, che ha permesso non solo di girare in 5 carceri ma anche (ed è la prima volta) l’uso, come attrici, di ben 50 detenute, molte, le più agguerrite, indigene, in cambio di iniziative culturali (corsi di alfabetizzazione, recitazione e proiezioni di film) e di un trattamento di riguardo per il set, cioè non a base dei soliti «luoghi comuni» che fanno di ogni direttore e secondino di carcere femminile (basta ricordare alcuni capolavori di Jack Hill, Jonathan Demme e Peter Walker) il rappresentante tipico della degenerazione umana e della subcultura sadica.
Julia è la finta bionda universitaria ventiseienne di Buenos Aires sbattuta in carcere per un delitto non commesso, o così crede (un’amnesia che rovescia il celebre incipit di un noir di Fritz Lang). Incinta di Nahuel, amante del suo ragazzo, che è la vittima, è ospite di una prigione speciale per giovani madri in attesa di processo, da cui uscirà con una condanna a dieci anni (il suo uomo bisex, e probabile assassino, Ramiro, per salvarsi, la inguaia).
Anzi forse prima, perché quando sua madre (arida, frivola, borghese e cosmopolita, sempre in viaggio a Parigi) le strappa il pupo (che per legge Julia potrebbe tenere in cella per i primi quattro anni) non ci vede più e diventa innanzitutto lesbica – innamorandosi della compagna di cella india che allatta meglio – istiga le detenute del braccio alla rivolta, perché non venga tollerato in carcere il sopruso più grave, quello contro i diritti di una mamma. E infine, approfittando di un permesso (troppo «permissivo»? no: nelle leggi Gozzini c’è almeno un barlume di «affermative action»), organizza la grande fuga, la «zampata del leone», con il suo leoncino, verso il Paraguay, una terra, si spera, ormai ripulita di nazisti.
Speriamo che il film, di esplicita sensibilità Cesare Beccaria, apra un serio dibattito in Argentina sul divieto di incarcerazione delle donne incinte e con figli piccolissimi a carico. Anche se il regista Pablo Trapero non spezza lance a favore di nulla, anzi ne scaglia alcune, di lance, contro i tumori maligni che avvelenano la parte, anche democratico-borghese, dell’immaginario collettivo bianco-celeste (e non si vede nel film neppure una bandiera nazionale, un record).
Grande l’emozione per la inaugurazione della Quinzaine des Realisateurs con un’altra «zampata di Leon». Torna dietro la macchina da presa, e dentro un set casalingo, Jerzy Skolimowski, dopo quattordici film realizzati tra il 1964 e il 1991 (Ferdydurke, da Gombrowicz). L’ex boxeur polacco, ma in esilio dal 1967 fino alla fine della monarchia socialista, ha ritrovato il gusto del cinema, il piacere della micro panoramica, dopo aver frequentato in Canada il set di Cronenberg come attore e verificato che è ancora possibile, riprendendo gli allenamenti sul ring, non farsi completamente manipolare e abbrutire dai produttori ammanicati alle multinazionali che congelano il business. Così ha rielaborato, assieme a Ewa Piaskowska, una storia estrema d’amore e prigione, e trovato nel produttore franco-portoghese Paulo Branco l’outsider di mercato meno riconciliato al catechismo imperante.
In una piccola città polacca stipata tra due chiese e due campanili color fango su fango viene trasposto un fatto di cronaca vera accaduto in Giappone, in Quattro notti con Anna. Un brucia-rifiuti d’ospedale (di un ospedale futura preda della razionalizzazione e della flessibilità, e dunque destinato al licenziamento) Leon Okrasa, che si era lasciato condannare nel passato per uno stupro non commesso ma solo osservato, si innamora di Anna, la vittima di quella violenza, che fa l’infermiera in quello stesso ospedale e ha il seno delle misure Russ Meyer.
Ne spia dalla finestra ogni movimento con il binocolo, lavora di fino per trasformare il sonno di lei in un torpore veramente profondo, con quel metodo funesto (la polverina nelle bevande) che la «mala» usa per drogare le pollastre, finché, con stile Bresson e etica Kim Ki Duk, si introduce di notte nella sua cameretta per quattro volte. Lo accompagna solo il suo candore perverso e ossessionato, segnaletiche di morte che ne avvolgono la vista (la carcassa di una mucca morta sul fiume, i graffiti di impiccati sui muri, il ricordo della nonna sofferente e malata e di un quasi soffocamento subito in carcere), le urla continue e aggressive di sirene d’ambulanza e le armonie minimaliste (e terapeutiche) di Michal Lorenc: vedrà Anna sospirare e sognare nel buio, si inebrierà del suo odore, sfiorerà i suoi asciugamani, il suo gatto nero, i vestiti, le pulirà il pavimento, ne cucirà gli asciugamani sfilacciati, riparerà un orologio a cucù rotto, le regalerà indirettamente, dopo la festa di compleanno a cui non è stato invitato, infine, un anello di diamanti, sfilato al dito di una mano troncata, residuo di sala operatoria. Fino all’arresto, al processo, alla ovvia condanna (si condanna sempre il recidivo di crimini sessuali) e, momento più doloroso di tutti, al suo unico incontro con Anna. Che restituendole, turbata, l’anello, pronuncerà il suo definitivo «no».
Il «criminale» Leon, come ogni «artista», resta disperatamente solo nel suo fissare il suo sguardo indecifrabile sul mondo. Non si passa mai, in compagnia, dalla costituzione d’oggetto (il bottino) alla formulazione di immagine (il furto). Almeno nel cinema criminale di Skolimowski, le cui immagini bruciano, al contatto degli occhi, e che nessuno «stile» riuscirà mai a domare.

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