Dalla rassegna stampa Cinema

Più Sex che City

Il ritorno di Carrie e le sue amiche: eros a 50 anni e un po’ di malinconia …Lo sceneggiatore e regista Michael Patrick King è un gay militante nella vita e ha tante amiche. Dice: «Abbiamo fatto un film pieno di emozioni. Voglio che il pubblico lasci la sala sentendosi esausto…

AL CINEMA

NEW YORK — Le ragazze in carriera (privata e sociale) sono tornate. Una di loro, Samantha Jones (l’attrice Kim Cattrall) nel film diretto da Michael Patrick King che ripropone il serial televisivo di tante stagioni di successo Sex and the City, compie 50 anni, spegne le candeline e ridiventa single. Perché, in fondo, a lei – personaggio simbolo di una generazione di signore e signorine post femministe, nonché appassionate del mondo della moda, vero protagonista anche del film con continui cambi di tacchi e abiti— un uomo solo non basta. La scena in cui, aspettando il suo compagno in ritardo, Sam si mette sul corpo nudo bocconcini di sushi è spiritosa, ma anche malinconica.
Lei, Samantha, non aspira affatto a essere la mogliettina di qualcuno come Carrie (Jessica Parker) che, sì, finalmente si sposa ma senza invitati e con un abito non firmato. Era andato a vuoto un altro tentativo di nozze con 200 invitati e tanto lusso (ma come riusciranno queste girls a comperarsi di tutto e di più? Il telefilm non lo spiegava e, ancor meno, in tempi di dura recessione economica, lo fa il film). La scena del mancato matrimonio ha fatto il giro di Internet, con interrogativi su Carrie che getta il bouquet da sposa contro Mr.Big, l’ormai 53enne attore Chris Noth.
«Io voglio te e solo te», dice lui prima di sparire, come si conviene in un melò. Carrie, egoista com’è, è anche un po’ megalomane, cancellerà tutte le email del mancato marito… Ha una segretaria, Louise, altrimenti come farebbe dopo tanti anni a fare nel film ben due traslochi e a catalogare centinaia di scarpe?. L’assistente è interpretata dall’attrice di Dreamgirls Jennifer Hudson, l’unico personaggio di colore, che rappresenta la middle lower class che lavora davvero. Dice Sarah Jessica Parker, che è anche produttrice della pellicola: «Volevo ritornare a Carrie nei suoi “anta”. Per dire e dare qualcosa alle nuove ragazze che arrivano in metropoli, con altre aspettative ». Si osserva: «Scusi, nella vita reale sua madre aveva i calli alle mani arrossate perché lavava panni per crescere voi figli. Non ha mai pensato che Carrie rappresentasse un mondo effimero? ». «No — ribatte — Tutte le donne amano la moda e hanno bisogno di complicità femminile. E poi ho scelto Louise perché lei è proprio come me quando arrivai a New York».
Sarà, ma si parla di continui litigi e di rivalità tra voi attrici. Nega Sarah: «Siamo cresciute, unite e non riteniamo che il film sia datato sebbene siano ormai alle spalle la New York di Wall Street e l’ottimismo americano dei nostri grandi successi. Oltretutto questa è stata una nostra vittoria collettiva: gli Studios non accettano facilmente di fare film su donne di 40 o 50 anni».
Forse quello del compleanno di Samantha, e non quello del matrimonio di Carrie, è il momento più significativo della pellicola (in uscita sui nostri schermi il 30 maggio con il marchio 01 e in Usa una settimana prima). Riuscirà il film a riproporre lo stile di anni diversi, quando YouTube non esisteva ancora e non c’erano ancora le ironiche casalinghe disperate e anche le lesbo girls losangeline di L World?.
Samantha, in risposta, spegne le candeline della torta con le amiche di sempre, che sfoggiano i tacchi alti firmati da Manolo Blahnik. Arriva da Los Angeles dove, agente di successo, si era trasferita con il giovane attore da lei lanciato anche per amore (e molto sesso). E’ un biondo e aitante toy boy, e sembra uscito da una pubblicità glamour (come tante scene del film) però l’ama e le compera anche a un’asta l’anello desiderato. Gli uomini nel film hanno verità più sfaccettate delle loro compagne, amanti o mogli, ed è un aspetto inedito rispetto al telefilm.
Dice Chris Noth (Mr. Big): «Noi non parliamo abbastanza con l’altro sesso, non mettiamo in discussione con le nostre donne il botox che cambia i volti, ma non le anime. Ho avuto un figlio nel frattempo e con un’ottica nuova mi sono avvicinato al film. Come attore anche di Law & Order considero i serial tv un cemento aggregativo per tutte le generazioni, più del cinema. L’America oggi ha molto bisogno di questo». Grazie a Samantha, il film è trasgressivo (il visto è Re stricted): i corpi maschili sono nudi ed esibiti, più di quelli delle mature signore o signorine. C’è anche un amplesso tra due donne e un uomo.
Ride la vorace Cattrall: «Samantha ha bisogno del cemento di New York, che significa in controluce tante cose, e ritorna alle sue incerte verità, poco hollywoodiane. Sex and the City arriva in un momento di crisi economica e spero dia anche desideri di orgasmi e non parlo solo di sessualità». Sarah si chiede, invece, con onestà: «Verranno a vederci le figlie e nipoti delle nostre ragazze?».
Lo sceneggiatore e regista Michael Patrick King è un gay militante nella vita e ha tante amiche. Dice: «Abbiamo fatto un film pieno di emozioni. Voglio che il pubblico lasci la sala sentendosi esausto… La pellicola intreccia amore, sesso e la ricerca di identità. Forse il mondo che ruota intorno alle nostre signore è un po’ artefatto, ma le loro emozioni sono sincere. Più che mai lo sono ora che le candeline da spegnere sulla torta sono di più».
Sarah Jessica Parker
«Film sempre attuale sebbene l’ottimismo americano appartenga ormai al passato»
Kim Cattrall
«In un momento di crisi economica rappresentiamo un rifugio nella sensualità» Protagoniste
A sinistra, tre delle protagoniste della serie e del film. Da sinistra: Kristin Davis è Charlotte, Kim Cattrall che interpreta Samantha e Cynthia Nixon, Miranda. Nella foto sotto, Sarah Jessica Parker, ovvero Carrie.

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Ma spesso il grande salto delude i fan

di PAOLO MEREGHETTI
D’accordo. In questi ultimi anni la televisione ha dimostrato molta più creatività del cinema, cambiando il proprio modo di raccontare e adeguandosi alle suggestioni che arrivavano dalla società. L’abbiamo ammesso anche noi critici di cinema in tempi non sospetti. Ma si può estendere il discorso anche a quei prodotti televisivi che cercano una strada sugli schermi del cinema? A quelle serie di telefilm che generano da una loro costola un lungometraggio per la sala buia? Se dobbiamo fermarci all’esperienza di spettatori, i punti interrogativi sono di prammatica. Per un caso decisamente positivo — il film
Miami Vice che Michael Mann, non a caso producer della serie tv, ha tratto dal serial con i detective Sonny e Ricardo — ne vengono in mente troppi dove fan e spettatori sono rimasti delusi: citando alla rinfusa,
Attenti a quei due, Starsky & Hutch, Charlie’s Angels, Storie incredibili, Mia moglie è una strega o Ai confini della realtà sono tutti film che è meglio dimenticare. E nemmeno le riuscite a metà, tipo Star Trek e
Mission: Impossible, riescono a ribaltare il verdetto. La televisione e il cinema sono due linguaggi troppo lontani (e differenti) perché sia possibile importare lo stile dell’una nel mondo dell’altra e trovare un modo di farli dialogare in maniera davvero proficua.

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I telefilm Usa
Un patrimonio che fa scuola

di ALDO GRASSO

La mia tesi sui telefilm americani è nota: non c’è mai stata una televisione tanto vitale, intelligente, ricca di risonanze metaforiche e letterarie come l’attuale e si fa fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm. Finalmente ci si è accorti che i telefilm sono il genere che meglio d’altri rappresenta le molteplici spinte — contrastanti e spesso irrazionali — dei nostri giorni: ricolmi non solo di citazioni attinte a piene mani dalla grande letteratura, dal grande cinema, dal grande teatro, trasudano strutture narrative, tecniche figurative, procedimenti «rubati» a modelli alti.
Ripetizione, standardizzazione, ripresa, serialità: tutti fenomeni che non sono tipici della tv ma che attraversano da sempre la produzione letteraria mondiale e, se mai, rivelano ora nuove dinamiche della creatività, nuovi ritmi imposti dalla produzione industriale. Sex and the City, il telefilm creato da Darren Star, è pieno di intelligenza e ironia: mette in scena un divertito rondò di amori favoleggiati, ma soprattutto è un misto fra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura.

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