Dalla rassegna stampa Cinema

L'incubo del ritorno a casa

Il nuovo film di Kimberly Peirce, dopo il successo di «Boys Don’t Cry», si chiama «Stop Loss» e racconta il trauma infinito della guerra in Iraq o in Afghanistan. Ogni soldato Usa infatti può essere sempre richiamato al fronte. Fuck the President – Il protagonista si ribella e va a Washington …

New York
Stop Loss è un’oscura clausola grazie alla quale un soldato americano «in caso di minaccia alla sicurezza nazionale» può essere rispedito al fronte anche dopo aver completato i turni di guerra pattuiti dal suo contratto. È da quell’insidiosa, e poco pubblicizzata, «leva nascosta» (grazie alla quale, dal 2001 a oggi, circa 81.000 militari Usa sono stati costretti a eccedere i loro turni di combattimento in Afghanistan o Iraq) che Kimberly Peirce ha tratto il titolo del suo nuovo film, e il suo ritorno al cinema dopo il grande successo di Boys Don’t Cry. La storia è quella di Brandon King, un giovane sergente di brigata (Ryan Philippe) che torna in Texas (insieme agli amici d’infanzia arruolatisi con lui) accolto da grandi onori e medaglie al valore. Solo che, contrariamente alle aspettative, gli dicono che deve tornare indietro. Non se ne parla nemmeno dice lui, che è sempre stato patriottico e ligio, «Fuck the president», e scappa diretto a Washington dove spera di convincere un senatore a cambiare il suo destino
Nonostante il desiderio di lavorare sul soggetto le sia venuto grazie all’esperienza di un fratello diciottenne, che ha servito in Iraq tra il 2003 e il 2004, Pierce ha fatto un film che è meno sulla guerra in Medio Oriente che sugli effetti che essa ha una volta che i soldati tornano a casa. Coming Home e The Deer Hunter sono stati punti di riferimento. Ma non è un caso che la sua ispirazione più importante siano stati i video realizzati dagli stessi soldati al fronte – patchworks di traballanti immagini di combattimento, di routine, di ozio, violenza, humour e paura, infarcite di monologhi in prima persona e spesso condite di musiche patriottiche o rock ‘n roll (nei casi più sofisticati persino di girato bellico di repertorio): Stop Loss è uno studio di malinconica (erotica e politica) fascinazione nei confronti di un universo maschile a base di giovani blue collar dalle identità disadattate, confuse, legate tra di loro dalla guerra e dalla violenza – resti di rituali virili oggi tutt’altro che rassicuranti (di cui la regista si era già occupata in Boys Don’t Cry). La sequenza più bella, forse, quella in cui Bandon e i suoi amici esorcizzano il trauma del caloroso homecoming riservato loro dal paesino di provincia, ubriacandosi come dei maiali e facendo il tiro a segno con i regali di nozze (rimasti non aperti per mesi) di uno di loro.
In un certo senso, infatti, il film di Peirce esiste in uno spazio a cavallo tra le bellissima, commovente, ultima inquadratura dell’eastwoodiano Flags of Our Fathers (quella con tutti i soldati – morti e vivi – che si svestono e corrono buttandosi in mare) e Stiffed, il sottovalutato libro di Susan Faludi sulla dissoluzione dell’identità maschile proletaria a partire dal secondo dopo guerra in Usa – ovvero tra un’immagine elegiaca, persino romantica (e omoerotica), delle vita militare e un buon corso di studi femministi a Berkley. Per essere un film che tratta della guerra in Iraq (e contrariamente al tedioso, ingessato, didascalismo di In the Valley of Elah o all’occhio più asciutto ed esplicitamente politico di De Palma ) Stop Loss è in un certo senso anche sexy – un riff sulla guerra filtrato dall’estetica You Tube e Mtv (l’etichetta del gruppo Paramount che lo ha prodotto), girato con occhio attento (direttore della fotografia è il grande inglese Chris Menges) e ipersensibile alle sfumature generazionali, sociali, sensuali, emotive e di classe.
La prima parte è affidata alle immagini riprese in Iraq da Brandon e dai suoi amici/commilitoni. Quando la brigata finisce intrappolata in un agguato tra le mura di Tikrit, alcuni di loro ci lasciano la pelle, altri un braccio, una gamba o la vista… Falcidiati nella furia del combattimento anche alcuni iracheni che forse non c’entravano nulla.
«Cut» ed è la parata di benvenuto a casa: Brandon (Philippe era un eroe riluttante anche in Flags of Our Fathers) non riesce a produrre il discorso trionfalistico in cui spera il suo capitano. Ma, almeno, in confronto ai suoi amici (immediatamente risucchiati da risse immotivate, scoppi violenza domestica, ondate di depressione e sbornie colossali), sembra più o meno «riadattato». Il tilt scatta quando gli annunciano una nuova replica dell’incubo. Al che Stop Loss si trasforma per un po’ in un road movie e, sfortunatamente, Peirce cade nella trappola di dover fare un film patriottico a tutti i costi – anche se più o meno coraggiosamente «a modo suo».

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