Dalla rassegna stampa Teatro

«Il dubbio», il sacerdote è pedofilo oppure è oscurantista la suora?

A Modena la pièce che segna il ritorno sulle scene teatrali di Stefano Accorsi. Grande successo, molte croci in scena

TEATRO
Modena

Come sosteneva un grande film americano di William Wyler ( La calunnia, 1936 poi ripreso dallo stesso regista nel 1961 con il titolo di Quelle due) più che il peccato è il pettegolezzo a fare le vittime maggiori. È la realtà inventata o soltanto immaginata, ma non la realtà vera: è il dubbio. E proprio Il dubbio (premio Pulitzer 2005) si intitola il testo dell’americano John Patrick Shanley, noto sceneggiatore cinematografico e televisivo in scena allo Storchi di Modena con il quale uno dei nostri attori cinematografici più apprezzati, Stefano Accorsi, ritorna , dopo quasi dodici anni al suo primo amore, il teatro.
L’autore, figlio del Bronx – una vita al margine continuamente dentro e fuori le scuole cattoliche americane -, ambienta la vicenda nei tempi bui della società americana sulla quale è passato il ciclone dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, denunciando la perversione di un dubbio che si sposa al pettegolezzo e a un disprezzo profondo in grado di distruggere qualsiasi individuo.
Il testo, infatti, ruota attorno a una lotta senza quartiere non tanto e non solo fra una suora e un prete, quanto fra due modi di intendere la religione e il rapporto con gli altri: per suor Aloysia (una magnifica Lucilla Morlacchi) è un’idea della vita che discende dalla ferrea evidenza dell’esempio; per padre Flynn di cui Stefano Accorsi ci dà un’intensa interpretazione, essere religiosi vuol dire essere aperti, sapersi avvicinare ai fedeli con una parola che sappia conquistare le loro attese. Suor Aloysia è convinta che il giovane prete tenti di irretire i ragazzini e lo accusa di pedofilia cercando di convincere anche una giovane suorina, entusiasta di tutto e di tutti (Alice Bachi). Ma le prove non ci sono come non c’è quell’esplicita denuncia che ci si poteva aspettare. C’è, invece, accennata con pudore dalla madre (Nadia Kibout), la fragilità emotiva e sessuale di un ragazzo nero inviso a tutti e protetto da padre Flynn, che rischia di essere la pietra dello scandalo. E l’ossessione di chi vede negli altri debolezze che forse gli appartengono, stupide particolarità – le unghie curate e troppo lunghe del giovane sacerdote che tanto turbano la suora – elevate a dimostrazione di una colpa che non sapremo mai, neppure quando padre Flynn abbandona Saint Nicolas, per trasferirsi in un’altra parrocchia, se sia vera.
Per entrare dentro la storia di un testo che come struttura appartiene al teatro da camera ci sarebbe stato bisogno di un impianto scenico più raccolto di quello di Antonella Conte che Sergio Castellitto, in una regia per altri aspetti misurata, esalta fra un andare e venire di pannelli e apparizioni di grandi croci. È appoggiandosi alla croce che padre Flynn tiene i suoi sermoni fiammeggianti, ed è sempre un’enorme croce composta di lampadine luminescenti, che scende dall’alto alla fine come emblema dominatore, ma non pacificatore di uno spettacolo scandito dalle magiche canzoni di Bob Dylan.
Al pubblico tutto questo è piaciuto moltissimo con grandi applausi dalle gallerie alla platea che sono diventati ovazioni per Lucilla Morlacchi e Stefano Accorsi.
m.g.g.

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