Dalla rassegna stampa Cinema

Ricordando Derek Jarman, rivoluzionario e vitale

Filmini in superotto dell’infanzia, i primi lavori sperimentali, le battaglie per i diritti, il suo estremismo tra Shakespeare e Sid Vicious: nella sezione Panorama il ritratto del «grande cineasta dell’era Thatcher» diretto da Isaac Julien con la complicità di Tilda Swinton

Berlino – Fa freddissimo questi ultimi giorni, il festival finisce oggi con coda domenicale di repliche, cielo blu e vento gelido che spazza via Alexanderplatz. Al cinema International, uno dei più vecchi di Berlino e anche il primo a ospitare il festival quando il muro è stato buttato giù, la coda inizia quasi un’ora prima. L’appuntamento è di quelli imperdibili, si proietta infatti Derek, il film dedicato a Derek Jarman che è stato uno dei registi più amati dal Panorama. Inoltre: dirige Isaac Julien anche lui molto amato dal pubblico berlinese, insieme a Tilda Swinton, l’icona jarmaniana che è autrice dei testi nel film detti dalla sua stessa voce. Alta, sottile, i capelli rossi tirati indietro, la sala esplode di applausi.
Derek è la storia di Jarman, morto di Aids nel ’94, ma non può essere definito come una semplice «biografia». Julien autore tra gli altri di un magnifico ritratto di Frantz Fanon (Frantz Fanon, Black Son White Mask) è regista di sensibilità attenta sintonizzato sulla stessa visione di Jarman nelle battaglie politiche me soprattutto nell’uso «politico» del cinema come sapiente dosaggio di storia, immaginario, visualità, poesia, provocazione. Ci sono molti materiali diversi nel film di Julien, dal suo centro di partenza, Tilda Swinton, quasi una guida, complice sin da ragazzina nell’universo di Jarman di bellezza e antagonismo, raffinata intellettuale e intensamente presente. La troviamo nella prima immagine nel giardino costruito dal regista, Jarman elaborava le sue sculture con ogni cosa che si potesse utilizzare, sassi, piante, rami, davanti al mare e al cottage in cui abitava allora stipato delle sue cose, le opere d’arte, i disegni, i quaderni, i materiali con cui narrare la vita… Il testo che dice Swinton è una lettera, Letter to an Angel, che aveva scritto qualche anno fa, nel 2002, sono i suoi ricordi del «grande cineasta dell’era Thatcher» insieme all’entusiasmo per l’uscita in dvd di Jubilee (77), uno dei primi film di Jarman.
Julien mischia home movie, filmini familiari con Jarman bimbetto che sguazza in una piscina gonfiabile insieme alla sorellina, i genitori eleganti, la madre che fuma in giardino appena altera nel golfino grigio perla sulla gonna attillata… Nel fuoricampo la voce di Jarman inanella la «storia» della sua vita in un’intervista con Colin Mac Cabe, autore e produttore, rilasciata qualche anno prima di morire. Ogni tanto lo vediamo mentre parla, al tavolo del suo cottage, poi torniamo di nuovo nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, la scuola cattolica che faceva un lavaggio del cervello e le prime scoperte della sessualità, le vacanze in Italia, i genitori, la madre classe media con la famiglia legata all’impero in India. L’arrivo a Londra, al King’s College agli inizi degli anni Sessanta quando la swinging London è ancora lontana. L’home movie privato di frammenti scivola nei film del regista e quasi non sappiamo più distinguere ma poco importa. Sono i primi lavori sperimentali in superotto, girati agli inizi degli anni Settanta, Jarman è anche pittore, sulla tela getta i colori con veemenza selvaggia, quasi un gesto punk molto prima che il movimento esplodesse. Rivoluzionario, irrequieto, faccia bellissima, sperimenta nella vita la rivolta che scuoterà l’Inghilterra dei governi Thatcher, il no future di rabbia, le rivendicazioni di gay e lesbiche contro la polizia e la repressione e quella campagna orrenda di razzismo persecutorio scatenata con l’aids. La «colpa» dei peccatori, i film di Jarman, dice la voce di Tilda, cambiano, si popolano di fantasmagorie religiose, il peso della chiesa e maria maddalena trans con abito in lurex rosso fuoco.
Jarman è il più coinvolto tra gli artisti nelle battaglie del movimento omosessuale, vestito da papa o cardinale dorato sul carro di una sfilata grida per i diritti. È la sua vita, appunto, e è il suo cinema. Che sono connessi nel profondo, si compenetrano l’una con l’altro, l’urgenza delle immagini che rompono codici narrativi, costringono gli occhi e l’emozione a viaggi obliqui tra passato e presente, miscelano l’estremismo di Shakespeare e quello di Sid Vicious sono la stessa resistenza a quella società controllata, di repressione, violenta privazione del diritto, impoverimento che costringe all’invenzione continua. È questa l’intuizione semplice eppure fondamentale di Isaac Julien e di Tilda Swinton, che scelgono una forma diretta e insieme lieve, la commemorazione o la «lacrima» forzata non esistono nei toni di un racconto che parla di vitalità, che ci dice dell’arte e dell’esperienza come qualcosa di prezioso e sempre attuale.

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