Dalla rassegna stampa Cinema

«Filth and Wisdom»: tre favole morali

Diciamo la verità: ci si aspettava qualcosa che traboccasse nel kitsch, magari servito sopra una panna montata di provocazioni obbligatorie al servizio di chissà quale filosofia presuntuosetta la portasse a braccetto. E invece, l’esordio alla regia di Madonna spezza le attenzioni della mattinata …

Berlino

Diciamo la verità: ci si aspettava qualcosa che traboccasse nel kitsch, magari servito sopra una panna montata di provocazioni obbligatorie al servizio di chissà quale filosofia presuntuosetta la portasse a braccetto. E invece, l’esordio alla regia di Madonna spezza le attenzioni della mattinata alla Berlinale, bypassando il proprio orizzonte d’attesa per tirar su i giri di un apologhetto «morale» che si scalda nelle deformazioni grottesche, tanto da arrivare a flirtare con la parodia di se stesso. Intendiamoci, questo Filth and Wisdom («sudiciume e saggezza»: sezione Panorama) non è una gran briscola al tavolo da gioco, ma tanto basta per farci divertire in quei scambi di mano che si mantengono umili proprio nel non volersi portare in groppa significati pontificanti. Già a partire dalla presentazione del film che spreme il suo primo piano sul baffo stortato a manubrio lungo il faccione a occhi blu del protagonista. Così, a prima vista, un incrocio genetico tra un Borat con velleità riflessive e un Vincent Cassel dopo sette anni di prigione, in realtà è Eugene Hutz, front-man della gipsy-punk-band Gogol Bordello e star musicale della Londra underground. Qui lo vediamo nei panni dell’immigrato ucraino Andriy Krystiyan che, tra considerazioni massimali sulla vita, catenine al collo, sigari e libri, se ne sta per la maggior parte immerso nella vasca da bagno, facendosi nostro interlocutore diretto. Per far cosa? Rivelarci il racconto «pompato» della sua storia e quello delle due sue coinquiline, Holly e Juliette, tutta gente accomunata dal fatto di coltivare un grande sogno in testa, al punto da rendere sopportabile un’esistenza che sembra portarli altrove. Per esser chiari: un conto sono le ambizioni, un conto i lavoracci di ripiego che bisogna fare per tirare a campare. Lui, rockettaro zingaresco, sogna concerti e fama, ma si trova a doversi travestire da uomo tuttofare per soddisfare le perversioni sessuali di una serie caricaturale di clienti. E se Holly, bambolona bionda tutta perbene nei continui allenamenti da ballerina classica, per guadagnarsi i soldi dell’affitto cede alle lusinghe di una lap-dance da night, Juliette, invece, sta dietro il bancone di una farmacia impegnata a rubare medicinali da spedire ai bambini africani, non potendo combattere fisicamente la propria causa nel continente nero. Tassello, quest’ultimo, che non può non ricordare le controversie reali con cui Madonna si è mossa tra beneficienze e discutibili adozioni-lampo nel Terzo Mondo, anche se qui tutto viene inghiottito all’interno di una parabola «surriscaldata» che frena di botto verso il lieto fine moltiplicato per ogni protagonista. E zac, di colpo, si chiudono tutte le forbici tra sogno e realtà. Sempre e solo in superficie, per carità, ma senza dimenticare il gioco «rovesciato» degli stereotipi, spruzzati qua e là, tra indiani, neri, ebrei, gitani e le loro buffe gag multiculturali. A questo aggiungici pure l’autoironia musicale della Ciccone che tempesta una scena in particolare: siamo al night, è il momento dello strip-tease, parte la canzone Erotica di Madonna, ma il dj, vedendo la protagonista-danzatrice vestita con kilt, codini e calzetti da collegiale, cambia il disco e mette su la hit di Britney Spears Baby one more time. L’effetto del tradimento? Holly sbuffa ma poi si lascia trascinare…

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Madonna che fredda Berlino!

di Alberto Crespi / Berlino

BERLINALE C’è poco da discutere, quest’anno sono le popstar a dare tono mediatico al FilmFest. Dopo gli Stones e Neil Young, Madonna prima è salutata da una folla infreddolita in piazza, poi sparge perle di malinconica saggezza con i giornalisti

Il vento del Polo decide di tagliare a fettine la città proprio mentre Madonna tarda ad arrivare. Per i fans accalcati nel crocicchio di Alte Potsdamerstrasse, dove la star scenderà dalla limousine, è una prova dura, ma sembrano sopportarla a meraviglia. Quando lei arriva è un lampeggiare di flash e un breve coro di urletti: poi, infreddolita, si rifugia nell’hotel Hyatt dove i giornalisti la aspettano da ore. La conferenza stampa per Filth and Wisdom, esordio nella regia della famosa cantante, era da giorni annunciata con toni minacciosi: niente macchine fotografiche, niente telecamere, sala aperta alle 16.15 per un incontro previsto per le 17… Noi italiani abbiamo tentato la furbata: volevamo rimanere in sala dopo l’incontro con Nanni Moretti, ma non funziona così, dopo ogni conferenza bisogna uscire e rimettersi giustamente in fila. Diciamo comunque che il pomeriggio è stato vivace, a conferma che questa Berlinale ha alzato il tono mediatico solo grazie alle rockstar: prima i Rolling Stones, poi Neil Young e Patti Smith, ieri Madonna e il suo «attore» Eugene Hutz che è soprattutto il cantante dei Gogol Bordello, una rock-band ucraina che sta facendo fortuna un po’ dovunque. Premesso che Filth and Wisdom è stata una piacevole sorpresa, perché nessuno si aspettava da Madonna un film «vero», l’arrivo della diva è stato degno dell’attesa: era in stile «da sera», tutta in nero, con un abitino vedi e non vedi (più vedi che non vedi, a esser sinceri) e tacchi vertiginosi. Non sappiamo quale stilista la «vestisse» e se lo sapessimo non ve lo diremmo: niente pubblicità gratuita!
Una volta davanti ai giornalisti, la signora Ciccone ha sparso perle di malinconica saggezza. La più giusta: «Abbiamo il nostro destino nelle nostre mani, la nostra vita dipende da noi e se pensiamo il contrario ci stiamo prendendo in giro». Frase che sarebbe banale detta da chiunque, ma non da lei, che in quasi 30 anni di carriera ha preso il destino per la collottola e non ha più mollato la presa. «Il film parla della dualità della vita, della lotta. Io ho molto lottato all’inizio per sopravvivere a New York e per far sentire la mia voce. Trent’anni dopo sono molto grata per tutto ciò che mi è successo e che continua ad accadermi». Anche in questo Madonna è sincera: i difficili inizi di carriera fanno parte della sua leggenda, esattamente come il successo planetario arrivato subito dopo. Una giornalista le fa i complimenti per come si tiene su «a quasi 50 anni», e lei scherza: «Non corra troppo, manca ancora un po’ di tempo» (per la cronaca, se le biografie dicono il vero Veronica Louise Ciccone è nata a Bay City, Michigan, il 16 agosto 1958), e poi annuncia: «Il mio futuro sarà molto simile al mio presente, voglio ancora fare molta musica e molti film». Questa cosa della regia sembra averla catturata: «Ho sempre fatto la regia dei miei show e ho avuto la fortuna di lavorare al cinema con grandi registi. Mi piace lavorare con gli altri, valorizzare il loro talento. Inizialmente Filth and Wisdom doveva essere un corto, poi mi sono innamorata dei personaggi e degli attori che li interpretavano e ho deciso che meritavano più dei 20 minuti previsti. Farò altri film, mi sono divertita, mi piace controllare il processo creativo». Un critico francese, iperpoetico come solo i francesi sanno essere, le cita una frase di Godard – che non ricordiamo, ma non era particolarmente geniale – e lei risponde pronta: «Sono una grande fan di Godard». Se volessimo essere maligni potremmo insinuare che pensava a Jim Goddard, l’americano che la diresse anni fa nell’orribile Shanghai Surprise, ma non è così, Madonna sa benissimo chi è Godard e non si fa cogliere impreparata su nulla, un genio del marketing come lei non se lo può permettere. L’unico vezzo è di dimenticarsi cosa le hanno chiesto se il questuante va troppo per le lunghe: «What was the question?», qual era la domanda?, risulta alla fine la frase più gettonata di tutto l’incontro. Nessuna domanda, Veronica Louise: tu sei una risposta vivente a tutti gli interrogativi di questa nostra vezzosa modernità.

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