Dalla rassegna stampa Cinema

BERLINALE «A Jihad for love» La dura vita dei gay islamici

Cinque anni e mezzo di lavorazione, 12 paesi, 9 lingue: sono le cifre di A Jihad for Love, documentario dell’indiano Parvez Sharma, sezione Panorama. Manca la cifra più importante, quella che nessuno conosce: quanti sono gli omosessuali nei paesi islamici? …

Il documentario
Berlino

Cinque anni e mezzo di lavorazione, 12 paesi, 9 lingue: sono le cifre di A Jihad for Love, documentario dell’indiano Parvez Sharma, sezione Panorama. Manca la cifra più importante, quella che nessuno conosce: quanti sono gli omosessuali nei paesi islamici? Sicuramente milioni, ma quasi tutti costretti a un’esistenza clandestina, perché in molti di quei paesi l’omosessualità è un delitto punito con la morte. A Jihad for Love racconta la storia di alcuni di loro. Sharma è andato a cercarli dall’Iran al Sudafrica, dall’India alla Turchia, dalla Francia al Canada – paesi dove i più fortunati di loro riescono ad emigrare senza incontrare nuove forme di discriminazione. Perché, fa notare il regista, c’è qualcosa di beffardo nel fuggire da società omofobe e nel ritrovarsi in paesi dove l’equazione arabo/terrorista è foriera di persecuzioni diverse ma non meno dolorose.
Berlino è la città europea con la più antica comunità gay riconosciuta: fin dagli anni ’10 e ’20 – quelli narrati in Cabaret e nei racconti di Isherwood – il quartiere di Schoneberg aveva i locali e i teatri gay più rutilanti d’Europa. Con il nazismo, quell’epoca d’oro finì nelle camere a gas, per poi rinascere a Berlino Ovest, dove una particolare legislazione (i residenti non facevano il servizio militare) attirò giovani gay da tutta la Germania. È quindi giusto che la sezione Panorama sia attentissima alla tematica omosessuale. Qui si vedrà Improvvisamente l’inverno scorso, il film sui Dico di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa, ed è facile anticiparne il successo: A Jihad for Love ha avuto proiezioni affollatissime e sta ricevendo inviti dai festival di mezzo mondo. «Presto lo mostreremo in India e in Indonesia – dice il regista – e ad aprile saremo al festival di Istanbul». Sharma è un cineasta/cronista d’assalto, ha girato in paesi rischiosi senza permessi e senza rete: «Mi fingevo un inviato della Bbc o di Channel Four e adottavo sempre una precauzione: girare a inizio e fine di ogni videocassetta 5-6 minuti di materiale squisitamente “turistico”, nel caso qualcuno chiedesse di visionarle. Era una cosa che faceva impazzire il mio montatore, ma è bene essere prudenti». Il film racconta le vicende di omosessuali profondamente religiosi, quindi doppiamente lacerati. Per altro il Corano «condanna» l’omosessualità solo in un brano che – come la Bibbia – parla di Sodoma e Gomorra, ma è sufficiente perché gli imam di tutto l’Islam la ritengano degna della morte. Invece Sharma, e i suoi protagonisti, propongono di leggere la tanto temuta parola «jihad» come una battaglia interiore per trovare se stessi ed essere degni dell’amore di Dio. E sono in tanti, fra i musulmani, a pensarla così. Ma non sono, ahinoi, coloro che comandano.

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BERLINALE In concorso «Gardens of the Night» sulla pedo-pornografia, «Julia» di Zonca, ma convince di più «Lake Tahoe» dell’esordiente Eimbcke

Rapita, violentata, disperata: quanta infanzia tradita si vede a Berlino

di Lorenzo Buccella / Berlino

Violentata, rapita, malata o, più semplicemente, listata a lutto. Che dire? A Berlino l’infanzia, vista attraverso lo spioncino parziale dei film in programma, se la passa proprio male. Ridotta a cassetta degli attrezzi per i desideri trancianti dei grandi, soffocata dai suoi valori economici in caso di riscatto e di abuso sessuale, merce da esibizione pornografica o ancora valvola di sfogo per frustrazioni genitoriali. Stavolta c’è poco da fare, la colpa dei padri pare ricadere come una sassata sulle teste impotenti dei figli. Anche perché è lì, dal calpestamento di un territorio non-più-protetto, che molte delle storie proposte sugli schermi tedeschi nei primi giorni festivalieri trovano la propria miccia d’innesco. Certo, spesso in modo funzionale o, meglio ancora, strumentale per tirar su il rimbalzo verso i mondi inetti e feroci degli adulti, ma fatto sta che, sia pur nel breve rettilineo fin qui seguito, questa nuova Berlinale si muove ad occhi bassi. Al setaccio dei suoi protagonisti minori e della loro infanzia più che mai rubata. Partendo dagli scivoli narrativi delle gravidanze ambite o respinte che vanno dalla Finlandia di Black Ice alla Cina di Wang Xiaoshuai, all’adozione utilitaria perpetuata impietosamente dall’«uomo del petrolio» Daniel Day-Lewis nell’epica nera di P.T. Anderson. Fino ai casi mastodontici passati ieri in concorso, visto che nel giro di poche ore c’è stato un patatrac di sequestri di bambini. Prima, l’inglese Harris di Gardens of the night (con cameo di John Malkovich) ha cercato di stanare un non-riuscito doping emotivo intorno ai tracciati di denuncia pedo-pornografici, lì ad alternare le barbarie del rapimento di una bambina e gli effetti traumatizzanti della vicenda a 9 anni di distanza. Poi è toccato al redivivo Erick Zonca (dal 2000 il regista francese della Vita sognata dagli angeli non faceva più film) e al suo Julia che, riecheggiando spiriti da Gloria di Cassavetes e fisionomie abbruttenti e su-di-giri stile Monster-Charlize Theron, muove i suoi passi più caricaturali quando il declino alcolista della rabbiosa protagonista (Tilda Swinton) non trova altro rimedio per l’uscita dai suoi pasticci fallimentari che impasticciarsi definitivamente nella maldestra cattura di un bambino con richiesta di riscatto e altre lungaggini scontate. E se in questi due casi la paura dei giovani protagonisti rappresenta la voce diretta di una cattività obbligata, per altri figli invece è una condizione da «ostaggio» nella casa familiare a generare la volontà di uscire dai propri perimetri esistenziali. Un modo per forare la cappa depressiva che schiaccia la vita di una madre rintanata nell’inerzia muta di una vasca da bagno e di un fratellino triste chiuso in una tenda da campeggio. La causa, la morte del marito-padre che scopriremo solo più avanti, seguendo quello che avviene nel lavoro più convincente della giornata di ieri Lake Tahoe, opera prima del messicano Eimbcke in cui il tema da «elaborazione del lutto» batte un parallelo con il nostro Caos calmo, salvo imbracciare stili e ritmi diversi. Anche perché la periferia in cui va a sbattere la macchina rossa del sedicenne Juan si apre a una rarefazione narrativa che attraversa in diagonale l’arco di un’unica giornata, puntellandola negli scarti temporali dal continuo ricorso di ellissi a schermo nero. A metà strada tra le intermittenze dello Jarmusch di Stranger than paradise e un Kaurismäki traghettato al solleone dello Yucatan, il racconto risparmia con intelligenza parole e informazioni, maneggiando insistiti piani fissi per andarsene via in una finezza ironica che non trova cedimenti.

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