Dalla rassegna stampa Teatro

Accorsi: io, prete accusato di pedofilia e divorato dai dubbi

In scena per Castellitto nella pièce di Shanley – Il regista: “Non è né ideologica né anticlericale, altrimenti non l´avrei fatta”

Un prete cattolico in sospetto di pedofilia. È Stefano Accorsi in svolazzante abito talare che contrasta una suora grifagna e accusatrice. Questo alle prove nel teatro annesso alla chiesa di San Raffaele al Trullo, una lontana periferia romana. Il dramma, scritto da John Patrick Shanley, premio Pulitzer nel 2005, è Il dubbio che mette a confronto la coscienza religiosa di due monache e un sacerdote. Regista Sergio Castellitto, gli interpreti, oltre Accorsi, sono Lucilla Morlacchi, Nadia Kibout e Alice Bachi.
Siamo negli anni Sessanta. Accusato di aver molestato un bambino nero in una scuola cattolica del Bronx, Padre Flynn passa al contrattacco verso la sua accusatrice e inizia un gioco al massacro in abiti religiosi che non lascia certezze allo spettatore. Verità o menzogna: il dubbio del titolo rimane fino alla fine. «Ho visto lo spettacolo in Francia con la regia di Polanski» spiega Stefano Accorsi ormai trasferitosi a Parigi per stare accanto a Laetitia Casta ma che ha voluto fortemente portare Il dubbio sui palcoscenici italiani e ne ha ottenuto i diritti «e il testo mi ha colpito emotivamente. Non capita spesso di sentirsi, dal versante del pubblico, parte così attiva del dramma. Un perfetto incastro teatrale coinvolge gli spettatori e poi li confonde. Comunque questo lavoro non è strumentale, non è ideologico e non è anticlericale».
«Non è anticlericale» conferma il regista Castellitto «se fosse stato così non l´avrei fatto. È vero però che Il dubbio non è mai stato rappresentato in Italia proprio per il tema scottante. La pedofilia è una tragedia, la pedofilia all´interno della chiesa è una tragedia raddoppiata. Non a caso Shanley, l´autore, dedica questo testo al lavoro silenzioso di tanti preti e suore. Il dramma è stato scritto in un periodo significativo, quello della liberazione delle donne, delle invenzioni musicali e soprattutto dei movimenti rivoluzionari. Mette in scena dunque un combattimento delle intelligenze che giocano sul sospetto, sull´intolleranza, sul mistero. Ogni testo che si rispetti deve avere al centro del dramma uno scandalo. Assistendo, il pubblico si divide, diventa una specie di tribunale popolare. Il testimone della mostruosità i personaggi se lo scambiano di mano in mano. Il teatro italiano è quasi sempre deprimente, e io ho puntato tutto sugli attori che sono l´unico effetto speciale che m´interessa».
Lucilla Morlacchi, la figlia del Gattopardo nel film di Visconti, descrive il suo personaggio di suora come «una donna tutta d´un pezzo, con una mente intelligente ma chiusa in una gabbia di ferro. È spinta dal risentimento e odia la freschezza, il sorriso, la luce di questo ragazzo, di questo giovane prete. In un momento come questo, in cui l´umanità pare non avere più dubbi, è bello vedere queste persone porsi domande a cui è difficile rispondere». «I dubbi sono una cosa che mi accompagna da sempre» confessa Accorsi «ora che sono padre di un bambino così piccolo, Orlando di sedici mesi, ne ho un po´ di meno. Comunque i dubbi mi hanno portato a grandi cambiamenti, a rimettere in gioco la mia vita. Il dubbio porta all´azione come quando il trapezista ha un attimo di sospensione nel momento in cui salta da un trapezio all´altro».
Il dubbio girerà per l´Italia. Dopo un´anteprima a Camerino il 30 gennaio, la prima è fissata a Modena il 14 febbraio. Il tour, toccando Napoli, Milano, Genova, Bologna e Trieste, si concluderà l´11 maggio a Imola. Accorsi in nero abito talare è soddisfatto del suo abbigliamento. «Dà molta gioia e con questo svolazzo sembra sempre primavera». L´attore è tornato in Italia per questo lavoro e a teatro dopo dodici anni. «Avevo voglia di palcoscenico da tanto tempo» spiega «continuavo a cercare e alla fine ho trovato. Ora che sto facendo questa esperienza so che bisogna farlo almeno una volta all´anno. È un modo per tornare alle origini, alle radici del nostro mestiere» e conclude con una specie di slogan personale: «Mai più senza teatro».

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