Dalla rassegna stampa Cinema

Mamma mia che film

Il celebre musical arriva al cinema. Con Meryl Streep e Colin Firth. Un manifesto della step family

Londra

Le prime note della canzone degli Abba ‘Dancing Queen’ risuonano all’improvviso in un teatro di posa di Pinewood, a Londra. Si sta girando ‘Mamma Mia!’. ‘Dancing Queen’ è un brano famoso in tutto il mondo, e i suoi autori, quattro svedesi (vedi scheda a fianco), hanno venduto 350 milioni di dischi. Con 22 canzoni degli Abba, ‘Mamma Mia!’ è stato un fenomeno di cultura e di botteghino: da quando è stato messo per la prima volta in scena, nell’aprile 1999 a Londra, è stato replicato in 170 città del mondo, visto da oltre 30 milioni di persone, ha incassato 2 miliardi di dollari ed è tuttora uno dei cinque musical di maggior successo a Broadway. Le canzoni di ‘Mamma Mia!’ sono tra le più gettonate nei club di karaoke in tutto il mondo. Il musical è anche il manifesto della ‘step family’ moderna, famiglia ‘formato Sarkozy’.

In queste settimane ‘Mammia Mia!’ sta diventando anche un film con un cast stellare (Pierce Brosnan, Colin Firth, Julie Walters), e con una strepitosa Meryl Streep. La grande attrice arriva sul set cantando ‘Dancing Queen’. Agita un fazzoletto e ride insieme a Julie Walters e Christine Baranski, che interpretano le due vecchie amiche. La Streep ha già dato prova delle sue virtù canore nell’ultimo film di Robert Altman ‘A Prairie Home Companion’, 2006 (interpretava un’ex regina della country music), e si trova bene in questo suo primo vero musical. Il film, diretto da Phyllida Lloyd, la stessa che firmò la messa in scena originale del musical a Londra, riunisce il terzetto femminile artefice della fortuna dello show: la produttrice Judy Craymer, cui si deve l’idea di modellare uno spettacolo teatrale sui successi degli Abba, la sceneggiatrice Catherine Johnson, autrice di un copione vertiginosamente effimero quanto brillante. La Lloyd è una regista capace di spaziare con disinvoltura tra gli Abba, Wagner e Brecht. “Non avremmo fatto il film se una di noi tre per qualche ragione non ci fosse stata”, dice.

Sul set le attrici, guidate dalla scatenata Streep, attraversano la scena correndo, saltando giù da un muretto e su per un altro, fra i tavolini del piccolo caffè dipinto sullo sfondo del mare blu della Grecia che gli scenografi riprodurranno il mese dopo in un vero villaggio a Corfù e in altre isolette.

Come nel musical, nel film Meryl Streep è la ribelle e indipendente Donna, che gestisce una taverna in una idilliaca isola greca, insieme con la giovane figlia Sophie (Amanda Seyfried). Sophie sta per sposarsi e vuole che suo padre l’accompagni all’altare. Un desiderio normale. Il problema è che mamma Donna non le ha mai rivelato l’identità del padre. Non lo ha fatto, perché la ignora. Il papà di sua figlia è uno dei tre uomini con cui aveva avuto una storia durante un’estate 21 anni prima. A Sophie non rimane che invitare tutti e tre gli ex amanti della madre al matrimonio. Una famiglia non proprio in linea con il Vangelo teo-con. E quando i tre presunti padri si presentano incuriositi al matrimonio, comincia il divertimento. Ognuno dei tre (Pierce Brosnan nei panni di Sam, il grande amore della vita di Donna, Colin Firth e Stellan Skarsgaard) si convince che Sophie è sua figlia. Fra una serie di comici incidenti, fra un canto e un ballo, il musical finisce con un matrimonio, ma non quello originariamente programmato. Fra Donna e Sam riscoppia l’amore. “Fare questo film è stata pura gioia”, dice Meryl Streep, ansimante e sudata, durante una pausa delle riprese: “Questo materiale è un antidoto a tutto quello che ci succede intorno. Non puoi uscire da ‘Mamma Mia!’ senza sentirti allegro e spensierato. L’ho pensato dalla prima volta che avevo portato i miei bambini a vederlo. È un dono speciale degli Abba. E poi recito in un ruolo che mi permette di fare tutto: la cantante, la ballerina, la madre, la rockettara, perfino la romantica. Donna è una forza della natura”. “È stata la passione di Meryl per il musical che ci ha portato a essere qui a girare questo film”, conferma la produttrice Craymer: “Aveva visto lo show a Broadway e ci aveva scritto una lettera dicendoci quanto lo aveva amato. A quel punto è successo tutto in fretta. Abbiamo chiamato il suo agente, il suo agente ha parlato con lei, e lei, a quanto pare, ha detto, ‘Mamma mia sono io’. Due ore dopo salivamo su un aereo per andare a incontrarla a New York, ed eravamo come tre adolescenti eccitate”.

“La musica di ‘Mamma Mia!’ è una celebrazione dell’energia femminile”, aggiunge Julie Walters: “La scena finale ha luogo sulla fontana che dei monaci avevano costruito per sopprimere il mito di Afrodite, dea dell’amore, a Corfù: se si pensa a come oggi nel mondo cerchiamo di distruggere ogni amore con l’energia maschile, il nostro, è un richiamo a come vivere diversamente. Alla fine del film fra enormi spruzzi d’acqua tutti ballano. È una scena di gioia sfrenata, ed è per me un simbolo di femminilità. E poi è fantastico: si tratta di una famiglia irregolare, una ragazza che non conosce il suo vero padre e alla fine accetta tre uomini come fossero tutti una sola famiglia. Ed è esattamente quello che succede in moltissime case del mondo occidentale, con i divorzi , le step families, i fratelli veri e i fratellastri, i genitori divorziati e risposati. Noi celebriamo in allegria questa realtà”.

Sarà un successone. Anche perché negli ultimi anni i musical hanno fatto un grande ritorno. ‘Chicago’ ha preso sei Oscar, compreso quello per il miglior film del 2003, e ha incassato 300 milioni di dollari in tutto il mondo. Èd è un fatto di cronaca attuale il successo di ‘Hairspray’ e ‘Sweeney Todd’. A Broadway, gli incassi del box office durante la stagione 2006-2007 sono stati di 938 milioni di dollari, 90 per cento dei quali grazie ai musical. n

Fenomenologia dell’Abbamania
di Pietro Cheli

A per Agnetha, B per Benny, B per Biörn e A per Anni-Frid. Gli Abba. Nascono nel 1972 e finiscono dieci anni dopo. Da allora sono nella leggenda. Più che un gruppo musicale, un’icona pop. E da lì all’icona gay il passo è breve. Come fa una band composta da due sposatissime coppie scandinave che cantano buoni sentimenti, conditi con parole semplici e motivetti orecchiabili a diventarlo? Il segreto si chiama camp, ed è intraducibile. O meglio, ormai è sinonimo di omosessualità, ma in realtà racconta di un uso consapevole del kitsch nell’arte e nello stile. Susan Sontag, che nel 1964 ne intuisce le potenzialità con il celebre saggio ‘Notes on Camp’, lo spiega come l’evoluzione della liberazione sessuale. Che passa per il glam rock di David Bowie e Marc Bolan, e arriva nel cuore degli anni Settanta. È il 1974 quando i sorridenti e pulitini Abba partono da Stoccolma alla conquista del mondo con ‘Waterloo’. La canzone con cui vincono l’Eurofestival si canticchia, ma quei vestiti alla Napoleone fanno strage. Seguono il rovesciamento della prima ‘b’ del nome, per accentuarne il carattere palindromo e hit come ‘Sos’, ‘Knowing Me, Knowing You’, ‘Money Money, Money’, ‘Dancing Queen’ (per il matrimonio del re di Svezia, cui sono invitati) ‘Gimme! Gimme! Gimme!’ e ‘Mamma Mia!’. L’Abbamania contagia soprattutto l’Oceania. Per raggiungere i fan più di quanto la distanza permetta,i quattro videoclip (tutti girati dal giovanissimo Lasse Hallström, da anni in forza a Hollywood) dove il sorriso rassicurante del pop per famiglie si esalta con lo stile baraccone e rilucente fatto di tutine aderenti, zatteroni, capelli lunghi unisex. Come capita a Raffaella Carrà, Madonna, Cher (nella versione rifatta) e al mondo di Barbie, i quattro Abba nutrono quell’insieme di sottoculture che negli anni Ottanta viene vampirizzato, dalla comunicazione di massa) con un fenomeno che il mensile ‘The Face’ battezza ‘The Gayfication of Society’. Di tutto questo loro non si rendono conto, scrivono qualche pezzo meno scanzonato come ‘Fernando’ (oggetto degli studi antropologici di Philip Tagg) e ‘The Visitors’, nei quali mettono a fuoco il malessere generato dai regimi latino-americani. E quando scoppiano le liti in famiglia, si separano non solo professionalmente. È l’inizio del mito. La consacrazione parte dall’Australia nel 1994. Con la colonna sonora di ‘Le nozze di Muriel’ (con una bravissima Toni Collette) e la travolgente ‘Mamma mia’ ballata da un gruppo di Drag Queen in ‘Priscilla, la regina del deserto’ (imperdibili anche le parodie fatte da Maurizio Crozza, da vedere su YouTube). Ormai di essere icone gay sono consapevoli (terzi nella classifica di tutti i tempi dopo Kylie Minogue e la cantante country Dolly Parton), tanto che tornano insieme una sola volta nel marzo 2006, per autografare memorabilia da vendere all’asta in difesa dei diritti degli omosessuali nella Polonia cattolica dei gemelli Kaczynski. ‘Mamma Mia!’ batte il razzismo.

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.