Dalla rassegna stampa Cinema

"RIPARO", IL TRIANGOLO DELLA SOLITUDINE DI MARCO SIMON PUCCIONI

“Racconto la storia di tre individui soli, di tre persone che vivono ai margini della societa’, in zone di confine: sono storie private, intime, in cui i problemi dei singoli sono in primo piano e al contempo sono in relazione con la realta’”….

“Racconto la storia di tre individui soli, di tre persone che vivono ai margini della societa’, in zone di confine: sono storie private, intime, in cui i problemi dei singoli sono in primo piano e al contempo sono in relazione con la realta’”.
Il regista romano Marco Simon Puccioni parla del suo film “Riparo”, in uscita in italia il prossimo 18 gennaio in 15-20 copie. Interpretato da Maria De Medeiros, Antonia Liskova e dall’esordiente Mounir Ouadi, il secondo lungometraggio di Puccioni ha ottenuto grandi consensi al Festival di Berlino del 2007 e ha trionfato al Festival del Cinema italiano d Annecy.
E’ la storia di un anomalo triangolo tra due donne lesbiche e un giovane marocchino che entra clandestinamente in italia. La storia di un legame che diventa sempre piu’ intimo tra tre persone diversissime e sole sotto diversi aspetti.
I temi trattati da Puccioni sono di stretta attualita’: l’omosessualita’ ancora non accettata, le coppie di fatto costituite da persone dello stesso sesso, l’immigrazione clandestina, il ricco nord-est e le contraddizioni e i conflitti sociali, il precariato.
“La caratteristica principale del mio lavoro – spiega il regista – e’ uno sguardo sull’individuo, sulle sue scelte personali tra cui quelle sessuali. Io amo la fotografia e dedico sempre grande attenzione alle immagini.
E’ proprio da questo amore per la fotografia che e’ scaturito il mio desiderio di fare il regista. Ma – aggiunge – faccio film per gli attori e sono consapevole che sono loro piuttosto che le immagini a comunicare.
Per questo ho un rapporto molto stretto con i miei attori: con loro lavoro sui personaggi e grazie alla loro sensibilita’ intervengo sulla sceneggiatura che, per me, e’ una rete piu’ che una gabbia: dev’essere solida e garantire la riuscita di una scena, ma si puo’ intervenire su questa per migliorarla. Lo faccio spesso quando lavoro con attori esperti come e’ accaduto con Maria De Medeiros, con la quale abbiamo aggiustato e messo a punto numerosi aspetti della sceneggiatura sotto l’aspetto dell’interpretazione. Quando lavoro con attori inesperti, invece, sono io a decidere e a dettare i tempi e i modi della recitazione”.
La scelta di un attore preso dalla strada, del tema dell’omosessualita’, della denuncia della realta’ dei lavoratori sfruttati, ha fatto associare il cinema di Puccioni a quello di Pasolini. “Non ci sono nel film riferimenti precisi e diretti a Pasolini – spiega il regista -. E’ di certo uno dei registi che mi hanno maggiormente influenzato, insieme a Tarkovski, a Fassbinder, ad Antonioni e Fellini. Forse il lato pasoliniano che alcuni notano sta nell’interesse alle problematiche della classe proletaria piu’ di quella borghese. Volevo dei personaggi che fossero umani ma che non potessero prescindere alla loro gabbia sociale. (AGI)

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