Dalla rassegna stampa Cinema

La «Lussuria» di Ang Lee scalda solo nelle scene di sesso

Da oggi nelle sale il Leone d’oro 2007: su una passione amorosa durante l’occupazione giapponese in Cina

PRIMEFILM

Per scelte distributive, ma anche – ci piace credere – per ironia della sorte, si replicherà nelle sale italiane la disfida che si è avuta all’ultima edizione di Venezia, allorquando Lussuria di Ang Lee ha strappato con clamore l’annunciato, dalla critica e dal pubblico, Leone d’Oro a Cous cous di Kechiche, che non si è consolato del Premio speciale della giuria. Lussuria esce oggi, l’altro il prossimo week-end. L’appassionato di cinema e lo spettatore potrà giudicare a breve distanza la forza dei due film, le differenze e novità di cui si fregiano. Non facciamo mistero delle nostre preferenze, considerando Cous cous il film più potente degli ultimi tempi, e dispiacendoci del fatto che Venezia non abbia messo il cappello sulla nascita di un nuovo grande regista.
Ang Lee, d’altronde, ci sorprese positivamente (e vinse anche lì, ma meritatamente, il Leone d’Oro) con Brokeback Mountain (melò omosessuale tra cowboy dell’altro secolo), mentre in questo suo primo ritorno produttivo nella natia Cina (tutti gli altri suoi film sono hollywoodiani), s’addentra nei luoghi «proibiti» del melodramma in costume, territorio d’elezione di due suoi colleghi orientali, maestri del genere: Wong Kar-wai e Stanley Quan.
Ang Lee sfida dunque questi mostri sacri, e l’immaginario che ci hanno lasciato in film come In the mood for love e Everlasting Regret, adattando un romanzo della scrittrice cinese Zhang Ailing che s’ambienta negli anni all’inizio della Seconda guerra mondiale, durante l’occupazione giapponese della Cina. Dei tanti atti unilaterali e militari che la Storia ci ha regalato, questo è uno dei meno raccontati e risaputi. L’occupazione giapponese fu ferocissima e violentissima, basti ricordare «lo stupro di Nanchino», laddove in sei settimane tra la fine del ‘37 e il ‘38 250 o forse 350 mila cinesi furono trucidati, impalati, violentati e stuprati. Ma Ang Lee usa la Storia come sfondo e pretesto per un’altra storia, d’amore tormentato tra una giovane studentessa, divenuta attrice per amore della resistenza, e un collaborazionista (Toni Leung), seducente e torbido. Lee crede più al melodramma che alla Storia, crede più agli uomini, alle loro tristi imperfezioni e debolezze (ma anche forza e riscatto), che alla statistica degli eventi. Ed è bene così, per il cinema. Ma questo melodramma raffreddato ed estetizzante, lento e preciso non tocca, come dovrebbe essere, le corde dell’emozione. Si scalda solo sulle scene di vera lussuria, quel sesso prima violento e poi amoroso tra i due protagonisti, scene che hanno portato il film alla censura cinese.
d.z.

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